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Deep Purple: Portable Door
Old (school) rockers

L’anzianità come vocazione.

C’è un antico proverbio africano che dice che i giovani camminano più veloce degli anziani, ma che sono gli anziani a conoscere davvero la strada. O una cosa del genere. E comunque niente ci pare più giusto per introdurre le nostre due righe sul nuovo singolo di una band che è pilastro (evidentemente ancora portante) del rock’n’roll e che torna a popolare con i suoi rintocchi vintage le nuove charts dei servizi musicali in streaming.

Se l’età media è sui 75 anni (per essere clementi) e i BPM sono quelli di un mid tempo (pure qui, per essere clementi), è anche vero che è ancora un piacere sentire Glover, Gillan, Paice e compagni sfoderare il loro sound così marcatamente Deep Purple. Forse un piacere recondito, fatto di certezze, di libri di storia del rock, tinto con un pizzico di capello bianco, una lacrima di nostalgia e uno sguardo docile su un giradischi abbandonato di qualche canuto familiare in qualche angolo remoto della casa. Forse. Ma tralasciare il sorriso in favore del più meccanico “largo alle nuove leve” non fa per noi. Non oggi, almeno.

Portable Door è la deep-purple song standard, senza l’estro blackmoriano, ovviamente, o i tripudi incendiari old school, ma ancora capace di farci ricordare le belle melodie da autoradio, i soli di tastiera (pace all’anima del grande Lord), i testi démodé: quelle cose lì, insomma, che restano favole insieme alla fantomatica polvere del giradischi di cui sopra. Che dire? «L’anzianità è una vocazione», diceva il papa. E lui di capelli bianchi, porpora e profondità se ne intende parecchio.

Deep Purple Ian Gillan 

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