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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Soft Play: Mirror Muscles
Vi aspettiamo in palestra

La forma fisica ormai è imprescindibile per l’imminente prova costume.

Dal Kent, erano gli Slaves (quattro album fra il 2012 e il 2018) e ora si fanno chiamare Soft Play. Uniscono la classica garra inglese e la solita, fottuta pronuncia che può sposarsi perfettamente sia con il rap che con il punk rock, ma decidono, in questo caso, di imbottirla di steroidi e di mixare le due cose, in una sorta di crossover con trent’anni di ritardo, trovando subito la quadratura del cerchio.

È infatti una specie di ginnastica quella dentro cui si muove Isaac Holman sulle proprie linee di batteria, mentre il compare Laurie Vincent riesce a gonfiare i muscoli di sangue pulsante. È esattamente quel che ci vuole per scannarsi di adrenalina, pompando alla morte mentre si gonfiano le vene del collo, assorbendo le giuste dosi proteiche all’incrocio fra Mike Skinner, Kid Kapichi e il Regno Unito più tronfio e becero.

La pompa non finisce però, lasciando un finale nel quale i nostri due si trasformano improvvisamente nei più gaggi del dancefloor anni ‘80, dimostrando che la cera può essere utile per far scintillare non solo il muscolo, ma anche la mise giusta per ributtarsi in pista. Saggia decisione.

Soft Play Slaves Isaac Holman Laurie Vincent 

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