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Gatecreeper: The Black Curtain
Pellicole bruciate

Ve lo ricordate il death metal nobiliare, decadente e un po’ paranoide dei primi anni Novanta?

C’è death metal e death metal. Quello specifico dei Gatecreeper, ascoltando il brano The Black Curtain, guarda agli anni Novanta, quando dall’Inghilterra un gruppetto di band sponsorizzate dall’ultra-indie label Peaceville irrompeva sul mercato europeo, portando il genere, ormai da almeno un paio di anni, alla deriva nei mari estremi, in bui corridoi di autocommiserazione.

I drakkar del Nord e le flotte britanniche avevano solcato con grande fiducia i mari mossi, spinti dal bisogno e dalla speranza di scoprire nuovi continenti, conquistare e colonizzare altra terra creativa. Purtroppo, per gruppi come Dismember e Benediction, Bolt Thrower e Obituary, dopo tre anni di scorribande saline, ogni àncora era sembrata ritorcersi intorno alla medesima bo(i)a d’avvertimento, oltre la quale si poteva incorrere in pericolose incognite, affondare, svanire nella bocca dell’ignoto.

Queste band inglesi avevano messo da parte la virulenza, la rabbia e la smania di sperimentare i limiti fisici della doppia cassa e puntavano sulla malinconia, sul romanzo del vivere e del morire, passando attraverso una gigantesca cascata di lacrime.

I Gatecreeper sembrano ripartire da lì, dall’emozione, afferrando un buon giro in minore, avvolgendolo attorno a un arpeggio di note fisse e inondandolo di urla addolorate. Non è un ritorno al passato e non è neanche un possibile futuro verso cui salpare. Forse siamo fuori dal tempo.

Gatecreeper 

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