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Pissed Jeans: Sixty-Two Thousand Dollars in Debt
Le apparenze ingannano

Pissed Jeans
Sixty-Two Thousand Dollars in Debt

Non sempre tutto è ciò che sembra. A volte è molto peggio.

Sisifo era sfortunato. O perlomeno così lo vedevano tutti coloro si avvicinavano alla mitologia greca, chi per studio chi per curiosità (o chi perché amava i Pink Floyd, ma vabbè). Insomma la figura di questo cristone costretto a vita a spingere faticosamente la pietra su per la montagna e a vederla poi rotolare beffardamente a valle ogni volta che arrivava in cima poteva o far ridere gli stolti (“guarda che sfigato”) o stringere il cuore agli empatici (“poveretto… non finirà mai”). Poi gli anni passano. E ci si rende conto che Sisifo siamo noi, e la pietra è fatta di contratti a tempo determinato, incombenze sempre più pesanti e debiti, che siano mutui, bollette o altro. Senza contare che se siete nati nel Paese a stelle e strisce, tra istruzione e sanità, partite con un buco enorme ancora prima di iniziare il primo giorno di lavoro. È un meccanismo spietato, tipo la vecchia storia amara del “andate a lavorare ogni giorno per pagare il mutuo della macchina con la quale andate a lavorare, che si romperà una volta che avrete saldato il debito costringendovi a ricominciare da capo”. Ecco, più o meno così.

Utilizzando come medium il noise tinto di punk, gli americani Pissed Jeans (che stanno per tornare con un nuovo album dopo sette anni di silenzio) con Sixty-Two Thousand Dollars in Debt raccontano proprio quello, l’eterno ripetersi della gabbia che questo capitalismo ormai alla frutta ci ha costruito attorno a forza. Il testo, apparentemente semplice ma in realtà tagliente come la lama di un rasoio – soprattutto per il modo in cui viene nevroticamente sputato – è il centro di questa sfuriata di due minuti e rotti che (come faceva certo “rock” di una volta) in maniera molto basic fa sì ballare, ma anche pensare.

Se il disco nel suo complesso sarà così efficace, saranno guai seri per molti wannabe. Stay tuned.

Pissed Jeans 

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