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Melvins: Working the Ditch
I veri guru

Grunge è solo un’etichetta del cazzo.

Se uno volesse fare un discorso palloso ma molto radical chic e di tendenza potrebbe chiedersi, magari scrivendolo su un post social per alimentare un dibattito infinito: cosa è mancato ai Melvins per bucare davvero il mainstream? Ci sarebbero miliardi di risposte. Davvero.

Tranne, forse, quella più vicina alla realtà: nulla, semplicemente è andata meglio così. Sì, perché probabilmente il rimanere sempre e comunque sotto un certo livello di popolarità ha permesso a King Buzzo e compagni di continuare a fare un po’ il cacchio che volevano, senza subire nessun tipo di pressioni da parte di manager assetati di soldi. Solo così ci si può spiegare una carriera lunga quarantun anni, trentaquattro album in studio e migliaia di concerti, sempre e solo di ottima qualità. Mica è facile eh!

Sarà così buono anche il nuovo lavoro, Tarantula Heart (in uscita ad aprile)? A giudicare dal singolo Working the Ditch non dovrebbero esserci dubbi: paranoico, fangoso, malato, grasso – è ciò che ci si aspetta dai Melvins, assomiglia a quanto già hanno fatto, ma come per magia continua a suonare nuovo e fresco, a stupire, a prendere le budella e rovesciarle come un pedalino.

Quella batteria, quel basso, quel maledetto feedback, quella voce… ma che gli vuoi dire? Niente! Ci si inginocchia e basta. Si parlava di mainstream no? Bene. Lasciamo agli ex flanellati “è-il-1993-sono-alternativo-e-a-me-mi-piace-il-grunge” – trasformatisi poi in colletti bianchi (com’era prevedibile) – i gridolini per (uhu) Dark Matter: giocate pure, ma lontano da qui, che questa è roba seria, non fregnacce. Potreste farvi molto male.

Melvins King Buzzo Melvins 

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