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Maruja: The Invisible Man
Cerchiamo un fanale per una vecchia Fiesta del '97, lo avete?

Nel tormento della mente umana.

Che bell’anno musicale che è stato il 2023. Altri 365 giorni per seppellire i boomeroni e i loro tossici slogan su cui campeggia la scritta “la musica di oggi fa cagare” a caratteri cubitali, sbandierati ai quattro venti nel magnifico crocevia dell’internet. Ma a parte le polemiche – che vogliono semplicemente mettere in luce come il giudicare un qualcosa senza nemmeno provare ad avvicinarvisi sia di un’insulsaggine pazzesca – quella che si è conclusa da qualche mese è stata un’altra annata degna di nota. E sradicare un riflettore e puntarselo addosso con un breve EP, gettato in pasto a un oceano di uscite bellissime, può significare una sola cosa: che quell’EP deve essere meraviglioso.

È il caso di Knocknarea, debutt(in)o in quattro tracce dei Maruja, giovanissima compagine di Manchester che pare essere uscita da una serie di peripezie ambientate in un oblio sconfinato: una perla noir di prog-rock, acid jazz e post-punk che ha fatto decisamente rumore nel panorama. Motivo per cui l’annuncio di The Invisible Man ha fatto drizzare le antenne del sottoscritto: buds ficcate nelle orecchie e si riprende quel tormentato viaggio che si interrompeva con l’inquieto outro di Kakistocracy.

L’ultimo singolo degli inglesi – al momento standalone – oscilla sugli stessi battiti, sulle stesse scosse e sulle stesse repentine mutazioni dell’EP. Costruisce e disgrega atmosfere, calca un’angoscia curativa, si staglia nell’aria come una presenza terrificante, come un’ombra che ti stupra la coda dell’occhio, come un cielo che schiaffeggia l’aria e nitrisce di nebbiosa elettricità.

Ci intrufoliamo nella mente dell’uomo invisibile, strisciamo vicini al delicato tema della malattia mentale, in un insidioso vortice di selvaggio post-rock ambientale, di sghembe danze tratteggiate dal sax, di discorsi a metà tra lo spoken word e un tarantolato hip hop: Harry Wilkinson pare un predicatore su una strada di cui si riconosce a malapena una volubile carreggiata, incaricato da un altro lato della realtà per sbatterci in faccia il disagio, l’angoscia, la perdita della bussola.

Ghirigori strumentali tra la quiete e la tempesta, un subbuglio di ossimori sentimentali e sonori, generati da una band dal talento sconfinato che non vediamo l’ora di approfondire come si deve.

Maruja Harry Wilkinson 

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