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Iron Monkey: Misanthropizer
Sala d'attesa

Un invitante livello di carnesca macerazione.

Ci sono sottogeneri del metal che nonostante siano stati inventati circa una trentina di anni fa, vengono percepiti ancora da certo pubblico fedele alla linea come delle vezzosità moderniste, quando invece meriterebbero di entrare nel calderone della classicità, esattamente come è capitato ad altre variazioni a esse coeve. Se vogliamo essere più specifici, non si capisce come mai il death di matrice svedese dei primi anni ‘90 sia ormai considerato canonico e un plausibile modello di riferimento per molte band emergenti, mentre lo sludge resti un guazzabuglio indigesto che galleggia in una bolla atemporale e di cui sarebbe meglio diffidare al giorno d’oggi.

Gli Iron Monkey nascono nel 1994 e periscono nel 1999, dopo un paio di album cult. Riemergono, su spinta della Relapse Records, nel 2017 e stanno ora per uscire con il loro quarto lavoro, di cui Misanthropizer è un grasso boccone d’assaggio. Quattro dischi in trent’anni non sono male. L’iper-produttività nel sistema capitalistico è sinonimo di carriera, noia e ripetitività, mentre una tendenza più sporadica, ellittica e inquieta sa di vera necessità creativa. Almeno in un discorso generale.

Il loro attuale sludge metal si basa sui consueti riffoni di Tony Iommi, in una ricetta ormai standardizzata sulla griglia dell’hardcore. La stesa di ciccia ammassata sul BBQ è troneggiata da un cuoco trasfigurato dalla rabbia, che vomita e glassa di bava catarrale i suddetti riff con una serie di gorgoglianti urli scimmieschi emorroidali (quindi confusi e dolenti insieme: le scimmie non sanno darsi spiegazione ai conflitti del sedere e tantomeno possono ricorrere a pomate di salvataggio). Probabilmente la bolla temporale di certi generi è dovuta all’immobilità di cui si sono fatti bandiera fin dall’inizio. Misanthropizer è un buon momento di coinvolgimento per una formula che raramente riesce ad avvincere più di due minuti. E pertanto merita la nostra attenzione.

Iron Monkey 

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