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Dool: Venus In Flames
Corvi olandesi purosangue

Metallo fluido o fluidità metallizzata?

Nel recente corso del post-metal contemporaneo non sono poche le nuove leve che stanno pian piano, album dopo album, arrivando a un livello di riconoscimento degno di uno status – non solo per gli aficionados del genere – che le certifichi come punti di riferimento. Gli olandesi Dool, capitanatə dallə mistericə (qui pronomi e aggettivi sono complicati quando si parla di “natura ermafrodita”) “Raven” van Dorst, sono, infatti, tra quei gruppi che stanno assurgendo a paladini (non a caso la loro chiamata alle armi al Roadburn di quest’anno).

La loro miscela di rock occulto, doom, progressive, darkwave e post-metal non è certo manifestazione di un sound innovativo, ma si impone bene come rappresentativo nel panorama di genere, soprattutto se traghettato da atmosfere così ben riuscite. Tenendo in considerazione il nome della band (traducibile con il verbo “vagare”), c’è da sottolineare sicuramente che è stata proprio la campagna concertistica trionfale (ottenuta grazie a esibizioni di livello e a una cura maniacale del sound, elementi ormai imprescindibili, questi, per offrirsi al massimo delle aspettative – vero, fonici dei locali italiani?) che ha contribuito a far crescere l’appeal underground degli olandesi.

Traccia di apertura del nuovo album The Shape of Fluidity, Venus in Flames parla dello scrollarsi di dosso le aspettative della società, cancellando i ruoli di genere e imparando ad amare se stessi: Leitmotiv probabilmente fondante per un heavy metal di nuova generazione che può (e deve) essere capace di compiacere mode (diciamo tendenze, va’) e processi esistenziali e parimenti essere convincente con quello che offre in termini – ovviamente –musicali, oltre che di contenuto lirico e immaginifico.

In questo «dialogo interiore cantato ad alta voce», come viene descritto dallə carismaticə leader (dal vivo un vero portento), il duello tra le parti viene emblematicamente tradotto in immagini in movimento nel video di accompagnamento del regista David Fitt, in una battaglia femminea e riflessiva (o riflettente), ma non per questo meno cruenta, su una spiaggia desolata, dove il flusso di generi e suoni combaciano in uno scontro efficace che conferma i convincenti giudizi su questa formazione.

Dool 

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