Nelle viscere del metallo più putrido sarai finalmente al sicuro.
Non possiamo che riconoscere un certo fascino a tutto questo profluvio incessante di rigurgiti sabbathiani che il mercato discografico (ormai una cosa più morta di ogni band death metal che ci sia in giro) continua a servirci su un piattone d'argento digitalizzato. Da circa trent'anni, il doom, il death e il black metal si ostinano a erigere, su un vecchio e spompissimo riff di Tony Iommi, che nemmeno lui ha più il cuore di riutilizzare, intere cattedrali dalle geometrie idiote, rivolte alla compiacenza di qualche divinità venefica e soprattutto sorda alle odi dei miseri umani, ma tosto poltrente ed eternamente attendente nella melma di qualche palude della Storia infinita.
Questo pezzo dei Coffins – gruppo doom giappo fondato nel 1996 sulla cima del cucuzzolo bitorzoluto più dimenticato di tutto l'underground oltranzista – non fa nulla di speciale tranne scavare, scavare e scavare nel fondale più mefitico di tutti i barili, ma proprio in questa tenacia cieca si esprime la nobiliare essenza di un'entità creativa amebica, fuori da ogni tentazione arrivista, consapevole di non voler essere altro, a parte il midollo disossato dell'arte funerata.
Coffins (vale a dire "bare") è l'anima di Elvis evocata da un pugno di zombi negromanzi. Portateci dove non c'è davvero più scampo, nelle profondità dolci e infettive della purea più schifosamente purulenta che ci sia. Scoprirete – e questo in fondo hanno da rivelarvi i Coffins con Spontaneous Rot – che c'è vita anche lì, una grande brama di vita. Nelle feci dell'esistenza, qualcosa, risolutamente, vira verso un assurdo sopravvivere. Sempre e comunque.