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Amen Dunes: Purple Land
Torna di moda la canotta

Non un gruppo, ma neanche un progetto solista.

Interessante progetto del cantautore Damon McMahon. Lui tiene a specificare che Amen Dunes non è esattamente una cosa sua – nonostante non sia presente una formazione vera e propria – al punto da definirlo un gruppo. D’altronde, è grazie ai consueti collaboratori che prendono parte alla cosa che la musica è come è, e in ogni caso cinque album sono usciti, quindi si potrebbe definire il prodotto di una band, un po’ come la factory di musicisti ai bordi dell’universo Bowie erano una cricca creativa non meno fondamentale del loro medium canoro e istrione camaleontico del pop rock irreggimentato.

Entrando nello specifico di Purple Land, si tratta di un andante con brio electropop su cui il cantato un po’ belante di Damon farcisce il quadro mentale di chi ascolta, con una serie di pennellate liriche adatte che suonano quasi come improperi sull’amicizia e sull’amore, da languore esistenziale e malinconici rammarichi della domenica. Domenica quando, specie verso la fine della sera, tutto sembra destinato a sfumare in un nulla divoratore. Ma non è ciò che accade nel brano: quasi alla fine ecco che – bang! – un ritmo grasso e un po’ impresentabile irrompe e scaccia via ogni autocompiacimento synth-beatnik.

L’andazzo da marcetta funebre conduce comunque la danza, mentre la salamandra è in un angolo e non sa più dove nascondersi per non essere calpestata dagli astanti (cit.). «La vita passa, ma la cosa non mi dispiace», canta Damon nel finale, prima di mollarci la mano e svanire in un petulante «sha-la-la-la» d’altri, spensierati, tempi.

Amen Dunes Damon McMahon 

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