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Hulder: Hearken the End
L'ennesima sacerdotessa del black metal

Il progetto della biondona belga Marz riparte dalla soglia dove Satyr e Frost si erano fermati.

Si potrebbe parlare di black metal tradizionale e non comprendere come mai, secondo certe riviste specializzate ancora miracolosamente in vita nel disintegrato mondo “mass-medianico”, si dia così tanto risalto (addirittura più volte messa in copertina a neanche sei anni dalla nascita) al progetto Hulder. Ascoltando questo brano si può capire il motivo di un simile disinganno.

Per prima cosa non stiamo parlando di semplice e un po’ retrivo black metal in stile Bathory durante la tempesta ormonale. Anche se Hearken the End inizia con un giro di accordi e solo quello viene rimestato nel calderone magico della streghetta Marz – belga, avvenente e risoluta – non è tutto qui. Lei gira e rigira, mestola e rimestola la danzante combriccola di tritoni sferraglianti, sussurrando melodiose formule venefiche. E noi, persi nei sette minuti e undici, immaginiamo un vorticoso occhio spiraliforme che ci invita a tuffarci in quel bollente ingresso per una gioiosa e mistica ustione di primo grado.

Dicevamo appunto che questo non è solo black metal: si tratta di un viaggio interstellare nel pertugio immaginifico del vecchio Satyr, quando pubblicò – in combutta con l’altrettanto anemico e un po’ amorfico Frost – il debutto dei Satyricon, Dark Medieval Times. In quel caso parlavamo di una doppia lettura: fuga in un mondo confusamente immaginato dopo aver visto il film di Fellini e metafora dei tempi moderni, fatti di roghi e omicidi all’arma bianco-rossa, che quei due ragazzotti stavano vivendo a due passi da casa. Qui Hulder ci riconduce in un Medioevo forse più stilizzato e conforme alla Storia, ma riesce a tirare avanti quelle intuizioni con grande autorevolezza.

Hulder Marz 

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Traccia: Hulder: Upon Frigid Winds

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