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Hiraes: Dormant
Sono io, sì, la tizia con quella vocina
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Tedeschi ma con una sensibilità britannica, per un genere che ha preso la sua forma compiuta in Norvegia.

Gli Hiraes vengono da Hannover, sognano pecore elettriche nelle brughiere romene fantasticate dal britanno Dani Filth e rileggono in chiave sympho-swedish-death un genere che sostanzialmente è il black norvegese classico laccato in digi-mortal dai Dimmuburger. Tutto un potpourri culturale che gira in tondo e che ci lascerebbe abbastanza indifferenti se non ci fosse sotto una canzone ispirata e con almeno un paio di linee melodiche coinvolgenti.

Oltretutto, questi tedesconi hanno scelto come nome una parola gallese che più o meno intende la nostalgia per luoghi e tempo lontani, in un passato, così terzo e profondo che potrebbe non essere nemmeno mai esistito. E l'età dell'oro è il miraggio che ha trasformato il metal degli ultimi dieci anni in una specie di infinita telenovela in cui gli sceneggiatori originali sono stati sostituiti da intelligenze artificiali che ricombinano le trame all'infinito trattenendo il pubblico dentro una ruota da criceto.

Il problema è che la ruota del criceto è il sentiero che conduce all'età dell'oro stessa. Ogni tanto però ecco che un gruppo "nuovo" (e gli Hiraes hanno appena compiuto tre anni e mezzo di vita) tira fuori una rilettura del solito fiotto emotivo oscuro che lascia uno strascico olezzante di autentica nostalgia per qualcuno che era qui prima che arrivassimo e che ora è andato via, lasciando una sigaretta fumante in un posacenere e una traccia di rossetto sul vetro di una finestra striata di ragnatele.

hiraes 

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