Cronache di un amore cancellato.
3DOT Recordings è, da qualche anno a questa parte, sinonimo di qualità assicurata, vuoi perché l'etichetta dei Periphery contiene nel suo roster un buon 70% di side-projects direttamente legati alla band, vuoi perché le rimanenti compagini sono, ovviamente, il risultato di una minuziosa selezione di Misha Mansoor e soci.
Tra l'intergalattico prog-post-rock degli Astronoid e il djent melodico dei Crooked Royals – affidato a loro l'opening act per il recente concerto della band di Bethesda all'Alcatraz di Milano – passa il multiforme post-hardcore dei Boundaries, freschi freschi dell'annuncio del nuovo album Death Is Little More, in uscita il 29 marzo.
Niente chitarroni a otto corde per i cinque di Hartford, bensì una formula di metalcore molto affine a quello dei canadesi Counterparts: riffoni graffianti e serpentine armoniche sbucano dalle due chitarre di Cody DelVecchio e Cory Emond in Easily Erased, un contrasto che unisce, esattamente come nel caso della band dell'Ontario.
Contrasto che non si ferma alle sei corde, ma che si propaga verso le voci, gutturale e imperante quella del frontman Matt McDougal, in azione nelle strofe, pulita, sottile e potente quella di Tim Sullivan, che, oltre a pestare le pelli come un fabbro durante tutti gli stop & go del pezzo, decide di far decollare il refrain, richiamando, non a caso, Spencer Sotelo e gli stacchi melodici dei Periphery – vedasi l'ascensione vocale nel ritornello di Froggin' Bullfish.
Un singolone che si riallaccia un po'all'oscurità e alla graniticità dei Varials, alla schizofrenia metallica dei Chamber e dei Jesus Piece, ma anche, in piccola parte, alle più delicate movenze dei primi Holding Absence e dei Caskets.
È forse questa mutevolezza sonora – e, conseguentemente, emotiva – che permette ai Boundaries di sgomitare e di raccapezzarsi in mezzo al foltissimo mazzo di band tutte uguali che sovrappopolano il genere. Approvatissimi.
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