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Scanner: Dance of the Dead
Rimandiamola ancora di qualche giorno, la fine del mondo

Non tutto è da buttare, nell’eterno rigurgito da cattiva indigestione del metal anni ‘20.

Non confondiamoli con i nostrani Skanners: questi sono tedeschi, vengono pure loro dagli anni ‘80 e poggiano sull’estro e il pedigree di un solo membro originario, Axel “A.J.” Julius, più altri tre ottimi professionisti reclutati da lui nell’arco degli ultimi vent’anni in cui la band, nonostante le difficoltà di gestione, ha realizzato tre dischi, raccogliendo consensi rispettosi dagli appassionati del metallo tradizionale e non solo. Anche nei circoli ARCI dell’Est Europa non fanno che ascoltarli.

Ormai il genere sta rigurgitando di tutto e sovente le reunion sono pretestuose, forzate e quasi improbabili (magari c’è il fonico che seguiva la formazione originale più l’urna del vecchio chitarrista e una serie di turnisti tedeschi che si sono offerti per ricondurre sui palchi il glorioso nome degli Steel qualcosa, fate voi). In qualsiasi caso alla fine tutto quello che può giustificare l’ennesimo obbrobrio revivalistico è la musica. Magari, proprio dove meno te l’aspetti, ne arriva di ottima, mentre ci sono celebri lineup riesumate al completo che non ricordano neanche più come si allacciano le scarpe al power speed prima di farlo correre.

Gli Scanner di Dance of the Dead sono belli sodi, il brano si erge come un mefitico gigante che risale dalle viscere della terra con una gran fame, afferrandosi a un viscido ma scoglioso riff prog metal. Da lì, la voce pettoruta di Efthimios Ioannidis (“Efthy” per gli amici) schianta sul faccione del colosso in languire una commossa e fiera melodia tedescona, di quelle che sanno fare solo i teutoni dopo un paio di birre maltate.

Bastano un paio di strofe e il titano si abbatte, mangia la polvere dei secoli e ricade giù nel viscerone irrequieto del nuovo truismo bisognoso di una cedrata e della sua solita vecchia grossa spada.

Scanner 

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