Truci novelle sotto un cielo di piume nere e un vento glaciale di chitarroni zanzareschi.
Stormcrow è letteralmente una tempesta di corvi e come immagine preliminare per il solito baccanale di mefitico umore non promette niente di speciale, solo un altro ruzzolo sulla giostra del diabolesco watainiano. Tra lupi e pennuti del malaugurio, la fauna black metal è variegata come quella della più stremante taiga russa. Eppure i Necrophobic rivestono con il consueto e banalotto armamentario nero una struttura metallica tutt'altro che scontata.
Sì, all'inizio possiamo sentire il blast-beat, i conati di vomito, i tritoni zingareschi che ormai non suscitano più grandi impressioni, ma verso la metà, il pezzo la pianta di menarcela con la solita minestra annacquata di bile caprona e di mosche belzebubbe e apre alla melodia atmosferica, con sommo e papesco giubilo dell'ascoltatore preso di sorpresa.
L'assolo a metà brano scava un tunnel insperato nella melassa peciosa di repertorio, risucchiandoci in un tunnel di dolore autentico e di vaga speranza ultraterrena. Poi, certo, le cose si rimettono per un altro po'sul binario forsennato e carnascialesco del black metal alla Dissection, ma al centro le cose hanno lasciato un bel segno, non c'è che dire. Anzi, più che un segno, un vero e proprio sfregio sul cuore.