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MX Lonely: Papercuts
Dress code? Nah

Quando gli incubi incontrano lo shoegaze.

Il buon Cadonia – terzo full-length, ma primo, vero, passo in avanti per acciuffare qualche stralcio di luce in più dai tanto bramati riflettori della musica internazionale – ci annunciava in maniera piuttosto chiara che il progetto MX Lonely doveva essere qualcosa in più di un semplice svago da cameretta (bedroom rock, possiamo dirlo)? Un canovaccio che brulicava di idee, talvolta poco a fuoco, ma da cui balenava qualche segnale distintivo importante, sporcato da una produzione non eccelsa e dalla volontà di sbatacchiare per forza la testa contro l’imperante monolite crank wave.

Bravi loro, allora. Poiché già dalla placida oscurità di Rest in Salt si è intuita la decisa sterzata di Rae Haas e compagine: un’immersione in acque intorbidite dalla possanza del nu metal – vedasi: Code Orange più quieti – e dai chitarroni shoegaze.

Papercuts riprende proprio da quest’ultimo, attingendone non tanto l’onirico escapismo atmosferico, bensì i muri di suono e le sei corde fatticce, unendo ai bordi sfumati del genere una bella presenza post-grunge, come le Softcult di Uzumaki, come i Wednesday di Hot Rotten Grass Smell e – perché no? – come i Fleshwater di The Razor’s Apple, forse con qualche decibel in meno e con il piede meno affondato sul pedale distorsore.

Un bel pezzo sostenuto, tra suoni aperti e timidissime scorie stoner, che tenta di musicare un sogno di tagli sanguinolenti e omicidi: un incubo, direte voi, eppure la resa strumentale ci consegna tutt’altra idea, come se l’obiettivo di Papercuts non fosse tanto l’affrescare il contenuto, bensì la dimensione evanescente – da sogno, per l’appunto – che lo circoscrive, tenendo vivo questo ossimoro tra vocals e suono che costituisce il pregio primario della traccia e anche il motivo per cui gli MX Lonely iniziano a piacerci, anche troppo.

MX Lonely 

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