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Kula Shaker: Natural Magick
Si vede bene la maglietta?

Special K ancora croccantissimi, senza data di scadenza.

Uno dei motivi per cui gli anni Novanta possono essere definiti un periodo a dir poco memorabile (oltre al fatto che io li ho vissuti quando avevo quindici anni più o meno, al fatto che hanno visto nascere e morire il grunge e al fatto che ci hanno regalato – con tutti i pro e i contro del caso – la musica elettronica a portata di laptop) anche per il cosiddetto pop è perché non solo hanno prodotto band celebrate e di successo come Blur e Oasis, ma soprattutto perché hanno avuto l’incoscienza di lasciare spazio pure a eccentriche pisciate fuori dal vaso del livello dei Kula Shaker. Altrimenti non sarebbe stato possibile, nel ‘96, vedere il loro debutto K prendersi meritatamente il disco di platino grazie al suo improbabile miscuglio di sermoni rock psichedelici, potenziali rave-hit a ritmo raga, sitar persiani e un autoironico britpop mistico che non sapevi bene se c’erano o ci facevano.

Questo per dire che, almeno per quel che mi riguarda, trovarli ancora in pista – belli uguali a se stessi – a quasi un trentennale di distanza mi fa brindare allo specchio a prescindere, felice come una Pasqua di essere sopravvissuto insieme a loro a un anniversario del genere.

Analizzando la cosa un po’ più a fondo, il minimo di obiettività che mi è rimasta deve comunque fare i conti e venire a patti con il mio culo che già si sta muovendo imbizzarrito dietro al riff di questa Natural Magick, title track dell’imminente nuovo (solo settimo) album dei londinesi. Crispian Mills, dall’alto dei suoi cinquant’anni (permettetemi l’aggettivo) suonati, ha ancora la faccia di quello che non smetterà mai di aver voglia di zompettare abbracciato a una chitarra divertendosi su un palco e – anche se ormai è sempre più simile a un Paul Weller in technicolor – sembra nascondere bene le rughe lasciate da un passato di next big thing bruciata troppo in fretta. Dietro di lui, Jay Darlington – testimonianza vivente di come sarebbe diventato George Harrison se Mark David Chapman avesse sbagliato mira facendo fuori il suo barbiere invece che John Lennon – continua a strusciarsi sulle tastiere in modalità sexy-Hammond. Intorno, Alonza Bevan e Paul Winterhart tengono il passo confermandosi una delle più smaliziate sezioni ritmiche d’oltremanica.

In poche parole: entusiasmo intatto e il solito songwriting di alto livello. Con questi due punti fermi di partenza difficilmente si può sbagliare. Il resto non si schioda di un millimetro dai buoni, vecchi caleidoscopici trip a tema rock anni ‘70 sculettato da danzatrici del ventre a loro volta possedute dalle mille braccia della dea Kālī.

D’altronde, dite quel che volete dei Kula Shaker, ma rimarranno per sempre quelli che sono riusciti a portare un antico mantra indiano nella Top10 UK e in ogni caso: «you got it going on». Loro se lo dicono da soli e si prendono alla lettera. Non è forse anche questa – per quanto autoreferenziale e paracula – una qualche forma di coerenza?

Kula Shaker Crispian Mills 

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