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Green Day: Dilemma
Non chiamateci punk

Gente che non ha ancora sparato tutte le cartucce.

I Green Day sono tra le poche band rock (non chiamateli punk, per carità) a rilanciare a più riprese la propria carriera a colpi di buone canzoni, intervallate da qualche scandaletto tossico, che fa parte del gioco mortale del r’n’r (almeno fino all’avvento degli straight-edge Måneskin) e che nel caso di questo pezzo è occasione per un ironico e viscerale repulisti.

Il loro percorso poteva fermarsi ai primi anni ‘90, quando Basket Case aveva tutta l’aria di essere l’hit dell’ennesima meteora di quel decennio (ce ne sono state più tra il 1992 e il 1999 che negli ultimi vent’anni successivi) e invece eccoli ancora tra noi, forse più morti che vivi, ma in grado di imbroccare quella melodia che ti suona familiare, che in fondo non sai mai dove hai già sentito e che dopo di loro ti entra in testa e non ti molla per un pezzo.

Dilemma sa di quartieri residenziali, di figosa antisocialità adolescenziale, di punk al caramello e di beat pop inclassificabile. Se non ci fosse il videoclip a chiarirci di cosa si sta parlando, potremmo immaginare uno scanzonato passeggiare verso il tramonto della cinquantina e appena la si ascolta viene fuori la solita atmosfera rock sicura, da maxischermo.

Hanno scritto in presa quasi diretta il miglior concept sull’11 settembre e questo li ha davvero resi grandi. In fondo è stato sia il loro ultimo picco che l’inizio della fine, ma è una fine che promette di perpetrarsi ancora per qualche annetto di lavori forzati. Per il rock del 2023 è già un miracolo che ancora ci sia un ritornello da cantare. Nei Green Day c’è tutto il male possibile della rivoluzione commerciale, ma almeno non ce la menano con la nostalgia.

Green Day Maneskin 

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