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Aguirre: On n'échappe pas à la machine
Panchinari di lusso

Aguirre
On n'échappe pas à la machine

Il furore di Dio romano non sfugge alla macchina.

Difficile (se non quasi impossibile) descrivere a parole la proposta musicale degli Aguirre, formazione romana che potremmo far rientrare nella concezione più ampia possibile del “rock d’autore” italiano più ricercato, in un ipotetico triangolo che unisce gli Scisma, il Muro del Canto e i Maisie. La band capitanata da Giordano De Luca, principale autore di testi e musiche, è uscita da poco con un disco – Belle Époque pubblicato da Snowdonia – che contiene al suo interno un crogiuolo di stili e influenze apparentemente inconciliabili: dal folk all’art rock, passando per il jazz e il country-bluegrass. Un mix di tradizione e avanguardia legate insieme in maniera quasi inestricabile.

Sintesi perfetta di questa unione è il brano intitolato On n’échappe pas à la machine (“Non si sfugge alla macchina”) in omaggio al filosofo francese Gilles Deleuze, ripreso anche da Carmelo Bene. Trappola e libertà è uno dei tanti contrasti che si esplicano nel rapporto dialettico interno al brano, tra testi provocatori sul senso di prigionia della vita moderna («ad ogni stagione una consolazione per prenderlo in culo») e musica anticonvenzionale liberata dai clichés e dalle strutture tipiche della forma-canzone. Nei suoi lunghi e brevi nove minuti, il tempo si dilata e si accorcia a piacimento, procedendo per spaccature, mentre il brano si spezza e si ricompone in maniera diversa e pur sempre unitaria.

In una recente intervista De Luca ha spiegato come questo suo particolare stile di scrittura sia stato fortemente influenzato dallo scrittore e critico russo Viktor Šklovskij che nel suo La mossa del cavallo fa riferimento all’idea della frattura e del cambio di direzione repentino, che crea un rapporto anche conflittuale tra le parti.

Ci troviamo così di fronte a un brano dalla struttura anomala, che a dispetto della sua durata scorre via veloce come un flusso di coscienza in tre atti: all’inizio sembra la “classica” canzone pop (anzi, mutant pop, come ama definirsi la band), poi, scavallata la metà, arriva un intermezzo strumentale quasi metal, con tanto di sirene d’allarme che annunciano il cambiamento successivo, dove s’inserisce l’invocazione deleuziana del titolo, lanciata nel vento di una fisarmonica ancestrale. A suonarla, in qualità di ospite d’eccezione, c’è il musicista sperimentale – figlio della Scuola Popolare di Musica di Testaccio – Luca Venitucci, a cui viene lasciata l’ultima “parola” con un assolo di tre minuti in cui convivono Jimi Hendrix, avanguardia accademica e zampognari di Natale, in un’unica messa laica che unisce delirio psichedelico, pace dei sensi e profonda nostalgia. Del resto, come diceva Gabriel García Márquez, «io personalmente, farei innalzare una statua a questo mantice nostalgico, amaramente umano, che tanto ha dell’animale triste… Ascolti la fisarmonica, amico lettore, e vedrà con quale dolente nostalgia le si stringerà il cuore».

Aguirre 

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