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Mannequin Pussy: Sometimes
Accasciati nel giardino dell'Eden

A volte ci arrabbiamo.

Che i Mannequin Pussy si siano dati una bella calmata è alquanto palese: il distacco tra i ganci hardcore noise scagliati da Romantic e lo sgrezzato abito punk cucito ad hoc dal game-changer Patience è evidente, spiazzante, coraggioso. Quello che all’occhio di molti poteva presentarsi come un’opera di arrotondamento e smussamento delle spigolosità – brutalmente tradotto: di arruffianamento delle masse – con le quali la band di Philadelphia ha borchiato gli esordi e la prima metà di carriera in realtà è una fine presa di posizione per stemperare l’impulsiva irruenza e far respirare, tra filigrane spiccatamente ruvide, gli afflati melodici.

Mai scelta fu più saggia, perché Patience è un signor album e tutto quello che lo sussegue mantiene gli stessi, ottimi, standard. Sometimes ce lo spiega chiaramente: ultimissimo singolo del nascituro I Got Heaven, sorride di andante pop punk ai primi gemiti, cavalcando il basso tozzo di Colins Regisford come a voler trovare una traiettoria per sfogare con impeto nel ritornello.

Ed è esattamente quello che accade quando i chitarroni di Maxine Steen e della frontman Marisa Dabice spurgano post-grunge di una possanza inaudita, corposo nella distorsione quasi stoner, greve come un’incudine lasciata tracollare a terra a squarciare la serenità appellata dai primi secondi.

Da lì in poi è tutto un crescendo, strumentale (si risfiora, anche se per poco, la spregiudicatezza hardcore) e vocale (“Missy” Dabice parte timida come una scolaretta e finisce per digrignare i denti e le corde vocali, mostrando efficacia sia negli istinti pop che nelle radicate pulsioni grungy).

Istinti pop che, nella generale graniticità del pezzo, si fanno notare con personalità, senza mai scavalcare l’attitudine originaria della band. E questo è indubbiamente sinonimo di un amalgama perfetto e coerente.

Mannequin Pussy Marisa Dabice 

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Mannequin Pussy: Perfect

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