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The Ghost Inside: Death Grip
Trova il fantasma

Alzate il volume, tirate su i finestrini della vostra macchina e pregate di avere una buona rete di bassi.

In fondo il metalcore non è mai stato altro che questo: un uomo che urla tra palato e glottide cose di un certo spessore esistenziale. A sostenerlo sopraggiungono un gigantesco materasso di chitarre ipersature e una batteria solenne quanto quella dei vecchi Manowar. E in effetti non è una provocazione: c’è una indiscutibile solennità in questo metal che rimbalza tra Mi e Fa# senza altro ideale che non sia quello di incastrarci l’anima tra un tono e un semitono. La solennità di chi te la dice tutta senza tanti giri di parole, senza affidarsi a metafore. Te la grida così com’è e, invece di spazzarti via, ti usa come una palla da basket.

I Ghost Inside sono in giro dal 2004 – quasi vent’anni di carriera – ma per il pubblico metal nostrano, così poco avvezzo a certe sonorità minimali e compresse, si tratta di un gruppo fighetto e alla moda che viene dal mercato wannagheno, ma che tanto con noi non attacca. Cinque album e non si sa quanti lustri consumati tra un tour bus e mille palchi. Pensate che questi tipi non facciano sul serio e non meritino ancora l’attenzione dei vecchi defenders di non so cosa?

Un brano come Death Grip potrebbe sembrare un piattone di urla e riff alla Lamb of God digitalgallizzati, ma in realtà lì dentro c’è tutto. La forza, la rabbia, la genuina voglia di spaccare il culo al prossimo, l’epicità del vivere quotidiano, fatto di “non mollare” e di “non cedere” e di “porcoç#?)!”. E se non bastasse, a un minuto e mezzo, il brano apre a una melodia abrasiva che spinge le nostre bestemmie non più contro il traffico delle auto, ma contro quello delle nubi in cielo. Siamo intrappolati in una gabbia che chiamiamo vita e quando moriamo, come gli scimpanzé, svaniamo tra le lacrime dei nostri guardiani.

The Ghost Inside metalcore 

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