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Extortionist: Out of Touch
Martelliamo alla tavola degli dèi

Il deathcore deve concedere qualcosa alle stelle se vuole sopravvivere alla propria stessa furia terrestre.

Out of Touch degli Extortionist parte con i ritmi martelloni e rimbombanti del deathcore ma a poco a poco ci lascia respirare con una bella melodia addolorata, di quelle glaciali intonazioni che gli schiavi volgono alla luna o a ciò che – nelle proprie deliranti visioni di schiavi – pensano vi sia dentro la luna, colui o colei che possa ascoltarli e magari salvarli sfruttando in via definitiva l’alta marea e facendo una tabula rasa sociale su un sistema che si regge sulle ossa dei poveri.

Il pezzo ha un andamento lineare e non la smette di essere “burino” nemmeno al momento in cui il vocalist Ben Hoagland ci mostra il proprio cuore e tira da parte i ruttami baritonali e le invettive su un mondo spietato e senza futuro. In fondo non ci sono padroni, ma solo dei poveri illusi. I morti viventi che non credono di morire, e che pensano come se fossero eterni, si sveglieranno in una tomba di vermi, proprio come nel finale di Out of Touch, che dopo aver trascinato il suo ritornello verso una coltre di fischi e raschi, batte forte la pala sulla fossa coperta.

Il deathcore può esprimere il dolore, la rabbia, ma anche attraverso un bel ricamo doom di armonie vocali e frangiflutti tastieristici a far da sponda. Nel caso specifico si tratta di una bella dimostrazione di ciò che – senza nulla togliere ai marmittoni dalle ritmiche pressanti e dalle chitarrone a otto corde – la melodia può aggiungere alla distruzione generale.

Extortionist 

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