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Autopsy: Rabid Funeral
Vivi e vegeti (si fa per dire)

Dati erroneamente per morti prima dell’autopsia.

La band death metal più amata e rispettata tra quelle che non hanno ancora consegnato alla terra un membro storico, continua a viaggiare basso, ripetendo se stessa con la medesima doviziosa mancanza di idee, ma sapendo benissimo di non aver bisogno di nuove idee, di progressioni, di ridefinizioni. Ha già detto tutto molti anni fa e le basta ripeterlo per fare il proprio dovere di classico. E di certo però, paragonando gli Autopsy alla sfilza di Necrot e Undergang che si voglia – e considerando che quelle almeno hanno la forza della giovinezza dalla loro –, la band matrice continua a fare il sedere a tutti quanti, proprio perché non è una questione di salute fisica e di forza vitale: è tutto il contrario. Più si sprofonda nel marcio del tempo e più la serenata-autopsy viene meglio.

Rabid Funeral parte all’assalto come una posse di zombie compulsionati dalla fame, ma è il solito guizzo del nervo morto, perché poi splatta su una superficie autoptica di lente reminiscenze funebri e lì non smette di macerare alla grande. La visione creativa degli Autopsy non è divertente e soprattutto non mostra alcun futuro. Siamo sempre nella tomba, in attesa che qualche malato cali dentro con intenzioni veneree e si ritrovi una dentiera intorno al membro.

Gli Autopsy erano dati per morti prima della reunion di inizio anni dieci, sapete? Poi sono stati ridati per spacciati tra ogni disco e il successivo e ancora una volta sono tornati. Ma non per smentire la diceria che siano schiattati, tanti anni fa, nei paraggi della megalitica resa creativa dello Shit Eater: per dimostrarci che c’è una perniciosa volontà vitale nell’ammasso di putride carni che lasciamo in questo mondo e che merita il rispetto che gli antichi davano alle pustole dei grandi anziani.

Autopsy 

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