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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Torres: Collect
Scusate ma mi devo togliere qualche sassolino dalla scarpa

Quello che (non) vi meritate.

Mackenzie Scott è in ballo da un po’, ormai. Ce la ricordiamo ancora fare capolino – nascosta dietro al moniker Torres – come un funghetto acerbo tra il muschio dell’indie rock al femminile pre-pandemia, accompagnata da una storia personale che – nel muscchio dell’indie gossip al femminile, ben più velenoso e diffuso di quel che si pensi – stava già diventando morbosamente familiare.

Cresciuta in un ambiente domestico rigido e conservativamente religioso, aveva scelto la musica come unica via d’uscita per documentare la sua relazione complicata (se vogliamo usare un termine in voga su Facebook a quei tempi) con la fede e la sua educazione da reclusa. Influenzata da un’insolita passione per il country contagiato da batteri di chitarre distorte e da un’ossessione adolescenziale per Broadway e per l’idea di messa in scena in generale, i suoi pezzi erano racconti feroci, con un taglio musicale affilato e una componente narrativa che la faceva da padrona.

D’altronde, la ragazza è dotata in primis di uno humor affilatissimo, è poco incline al perdono, non dimentica i torti subiti e usa le canzoni prevalentemente come fondale per mettere in mostra la sua bravura con le parole. Talento che non sempre è sinonimo di logorrea, anzi: nel caso specifico, con il passare degli anni, la direzione presa è stata piuttosto quella della cura nella scelta, della sintesi, della ripetizione. Nel corso di cinque dischi, Mackenzie si è interrogata sulla sua professione di cantautrice, è venuta a patti con la sua sessualità (diciamo queer, per rimanere sul vago), ha scritto di amore e cuori spezzati, riflettuto sui concetti di morale e di futuro. Nel mentre ha raggiunto il suo sogno di firmare per la 4AD, ma nemmeno un album dopo (rispetto ai tre concordati) quelli l’hanno messa alla porta sostenendo che “non aveva venduto abbastanza”. Manco fossero la Warner Bros. È finita a pesci in faccia per vie legali, qualche pianto sincero e un nuovo contratto con la Merge per ritrovare serenità.

Insomma, per dirla brutalmente, Mackenzie Scott non è qui per caso. Diciamo che si è fatta un culo così, perché “gavetta” non rende l’idea. E ora è tempo di passare alla cassa. Collect introduce un nuovo capitolo che si compirà il prossimo gennaio con l’uscita di What an Enormous Room, un lavoro in cui fa tutto praticamente da sola, suonando chitarre, basso, organo, piano e drum machine. Si rivolge a un generico “you” (ex amanti, personaggi dell’industria musicale, sfruttatori occasionali – nessuno escluso) del quale va a toccare tutti i nervi scoperti. Trasuda autostima e fiducia in se stessa, finalmente. È incazzata nera, ma con quel mezzo sorriso sulle labbra di chi per la prima volta ha il coltello dalla parte del manico. È qui per presentarti il conto. E ti conviene preparare una sostanziosa mancia.

Torres Mackenzie Scott 

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