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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Gente che non perde mai l’erezion… ah no, l’ispirazione.

Della prolificità (ma soprattutto del fatto che non sai mai come chiamarli) che continua a caratterizzare la carriera degli Osees ne abbiamo già parlato quando, per l’appunto, se volevi che ti rispondessero dovevi ancora gridare “Oh Sees!”. Erano nemmeno sei anni fa e loro – nel frattempo, per l’appunto – hanno fatto uscire otto album in studio e cinque live. Il prossimo? È già pronto e non dovremo aspettare più di un mesetto per trovarcelo tra le mani.

Che noia, che barba, diranno i miei piccoli skippatori compulsivi abituati a gruppi che sentito un pezzo sentiti tutti. E invece.

Per dire: a quanto pare gli Osees sono una band punk vecchio stampo, ora. Ma, se la storia ci può insegnare qualcosa, è facile prevedere che non lo saranno per molto. Ogni disco di questi meravigliosi disagiati, infatti, ha sempre suonato come una tirata alla manopola di una slot machine, al lancio di venti dadi da venti, a una sgrullata rapida alla Ruota della fortuna di Bongiorniana memoria o a quella di OK il prezzo è giusto! della benemerita Ivona Zanicchi. Un guazzabuglio apparentemente casuale di garage, psych pop, krautrock, post-tutto ma sempre pre-qualcos’altro, tagliato (male o bene lo diranno i sintomi a breve o lungo termine) con varie caccole di sperimentazione su più fronti.

Come spesso è successo, anche questo nuovo, millemillesimo capitolo, pare (probabilmente è) registrato in cantina con la peggior strumentazione che fosse possibile trovare nei bidoni della spazzatura abbandonati ai margini della civiltà da qualche punkabbestia pentito. Appena due minuti di ritmica serrata, chitarre nemmeno troppo distorte, un cantato che pare uscire dalla tazza del cesso e un video, diciamo, tutto muscolare. Con menzione speciale per un muscolo ben preciso.

Eppure, per una volta, il senso del tutto sta probabilmente da un’altra parte. Nel titolo, per esempio, che non a caso sarà anche quello dell’imminente, ennesimo lavoro. Goon, in inglese, è una parola strana: può avere un significato ambiguo, tanto positivo, quanto negativo. Può voler dire stupido, buffone, babbeo o idiota. Ma anche eccentrico e dotato di un certo fascino particolare. Oppure avere un accento più intimidatorio: da scagnozzo a sicario, con tutte le sfumature di bad boy che stanno nel mezzo. Insomma, un termine buono per tutti i gusti e le situazioni: da una telecronaca di hockey, a un pezzaccio rap, a una semplice gara di insulti nel mezzogiorno infuocato di un playground del Bronx. Non vorresti mai essere un goon sfigato per nulla al mondo, ma – sotto sotto, allo stesso tempo – non desidereresti altro che essere un goon figo tutta la vita. Come le due facce di una medaglia con la stessa faccia da pirla. Come l’anello di congiunzione, in una specie di invidia reciproca, tra Dr. Jekyll e Mr. Hyde: «A goon in the daytime / A goon in the night».

John Dwyer lo sa, e ve lo urla sopra un tappeto di tastiere nervose e sbracate, probabilmente di seconda mano. Perché oggi anarco-punk è bello. Domani, chissà.

Osees John Dwyer Oh Sees 

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