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SOARS: Old & Heavy
Brillare di luce propria

Nessuno è meno solo di chi è solo.

Kristian Karlsson suona il basso nei pg.lost, le tastiere nei Cult of Luna, la chitarra, a volte, la sera, in camera sua a Norrköping sulle rive del Motala Ström, e quello che serve quando lo chiamano gli amici dei Khoma per dare una mano. Polistrumentista, credo sia il termine specifico. Ma lui tiene un basso profilo e si definisce “tecnico del suono freelance”, aperto a qualunque tipo di collaborazione. Sì, visto che soprattutto gli piace cazzeggiare con mixer, microfoni, cavi e programmacci craccati come ProTools, al punto che ha messo su uno studio in quel di Söderköping, a due passi dal Kungsträdgården, perché va bene star chiusi in uno scantinato senza finestre a registrare tutto il giorno, ma pranzare all’aria aperta con un sandwich di knäckebröd sulla panchina di un parco imbiancato, circondati da uno stormo di zigoli delle nevi che mendicano due briciole, non ha prezzo. 

Questo per dire come fosse chiaro fin da subito che a un certo punto avrebbe preso baracca e burattini per metter su qualcosa di suo in tutto e per tutto, senza cazzi e mazzi da condividere con altri nerd post-metallari scandinavi. È successo due anni fa – in piena pandemia, quando erano gli zigoli delle nevi ad aver preso possesso delle panchine e gettavano pezzi di pane ai pochi umani mascherati che ancora avevano il coraggio di mettere piede fuori di casa – e in molti abbiamo sperato che non si trattasse, appunto, solo dell’improvvisata di un musicista annoiato dalle restrizioni, costretto in solitaria da un virus che, per altro, dalle sue parti hanno trattato con molta più nonchalance che altrove.

L’uscita di questi giorni quindi ci rallegra non poco. Old & Heavy parte da un titolo che è un manifesto a suo modo autoironico, se ci si pensa. “Old” è un’ammissione di orgogliosa colpevolezza che va a inserirsi, senza la pretesa di aggiungere granché, in quel filone di rock strumentale fatto di melanconiche atmosfere che alternano alti e bassi, respiri ampi e strappi vagamente più rabbiosi, elettronica soft e distorsioni striscianti. Mogwai, God Is an Astronaut, Russian Circles, Explosions in the Sky: siamo da quelle parti, per capirsi, e ci sentiamo perfettamente a nostro agio. “Heavy” strizza l’occhio alla pasta in mezzo a cui il buon Kristian ha le mani ormai da tempo. I Cult of Luna, appunto, ma anche gente come i Neurosis e gli Isis, a cui – anche se potrebbe non apparire così immediato, visto il tono leggermente più sommesso che caratterizza la produzione del progetto SOARS – Karlsson continua a guardare come ispirazione, almeno di sottecchi, senza vergogna. E in effetti – se escludiamo certe growlate improvvise, di cui, sinceramente, non sentiamo proprio la mancanza – il resto c’è tutto, a patto di scavare a fondo tra i vari livelli sonori che vanno a comporre un pezzo (cinematico, direbbero quelli bravi) come questo.

Ma al di là delle etichette – che, come suggeriva uno famoso, son «puri purissimi accidenti» – quello che più risalta da questi cinque minuti e mezzo è il senso intimità che spesso caratterizza i migliori lavori solisti di coloro che per anni sono dovuti sottostare (felicemente o meno) alle tipiche dinamiche di band. Quel sottile bilanciamento tra il sollievo di avere controllo totale sulle scelte e il vago panico di non trovare nessuno a cui chiedere un parere nei momenti d’impasse. È lì nel mezzo che scaturiscono le cose migliori. Un centimetro oltre il confine di quella che chiameremmo intimità con se stessi, senza paura di diventare ciechi.

SOARS Kristian Karlsson Cult of Luna pg.lost Mogwai God Is An Astronaut 

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