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Sigur Rós: Blóðberg
No, non è ganja!

Scavare nel ghiaccio alla ricerca dei battiti di un cuore.

Per il video di Blóðberg la regia di Johan Renck immagina un lungo piano sequenza distopico che dall’alto cattura l’atmosfera disumana di una Terra in cui la storia è finita, senza la possibilità di riempire i giorni a venire con la speranza di costruire un tempo nuovo. «La fine è il mio inizio» recitava l’ultimo libro di Tiziano Terzani, perché continuare a vivere nel turbinio del ciclo delle reincarnazioni è la forza più grande di tutte.

Blóðberg è il singolo che anticipa l’uscita di, Átta ottavo album dei Sigur Rós, a dieci anni di distanza da Kveikur. In questa nuova traccia colpisce l’idea della fine di una fase vitale e l’inaugurazione di un nuovo corso. È indubbio che la fuoriuscita di Orri Páll Dýrason abbia determinato un riassetto negli equilibri interni, ricostituito grazie al rientro del polistrumentista Kjartan Sveinsson a fianco di Jón Ϸór Birgisson e Georg Hólm.

Gli oltre sette minuti di Blóðberg sono un flusso cinematico toccante, una sonata cameristica dedicata alla perdita dell’innocenza di un mondo che già non esisteva più. Gli archi della London Contemporary Orchestra – peraltro impiegati in tutto l’album – definiscono un’aura impalpabile di sacralità, sviluppandosi lungo la dorsale dei promontori emotivi disegnati dai vocalizzi onomatopeici di Jónsi. L’enfasi che si sviluppa collide con lo scenario di un’autodissoluzione in cui nessuno si salva. Piccole forme, nel video di Renck, diventano qualcosa di sempre più definito. Ecco che compaiono alla vista corpi nudi, accatastati al suolo come tragici cumuli in una sorta di immenso campo di concentramento, al punto da coprire per intero la terra sottostante. Si finisce sul bordo di un abisso, un precipizio esistenziale che ha già inghiottito ogni cosa.

Forse i Sigur Rós sono tornati a scavare nel ghiaccio per salvare dal freddo anche un solo cuore che ancora batte.

Sigur Rós Jónsi 

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