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Drab Majesty (feat. Rachel Goswell): Vanity
Dovrei dire due paroline a chi ha scelto il colore delle pareti

Drab Majesty (feat. Rachel Goswell)
Vanity

Scacciare la vanità a colpi di vanità.

Il termine “estetica” è a dir poco miserevolmente abusato e in genere associato al non proprio onorevole concetto di “tanto fumo e poco arrosto”. Ciò nonostante, tocca tirarlo in ballo quando si parla dei Drab Majesty, perché – sfido chiunque ad affermare il contrario – il duo losangelino di sicuro se ne è creata una ben definita, per quanto imperscrutabile. La coerenza con i propri androgini alter ego – capaci di rendere distopico qualunque panorama in cui li immergi – in primis, ma anche cose più semplici e banali, come il candido makeup, i giubbotti di pelle, gli occhialoni da sole scuri, i testi vagamenti occulti ancor prima che occultisti: il tutto dettagliato e applicato con cura, ogni volta, in maniera quasi ossessiva. Il tutto – e qui torniamo al doloroso punto di partenza – senza aver ancora fatto parola della loro musica, né affrontato la pericolosa questione latente: l’unico modo per mantenere la forma è davvero solo e soltanto a scapito della sostanza? Una maschera ben studiata deve per forza mettere in secondo piano l’arte che c’è dietro?

Non in questo caso. Nella testa di Andrew Clinco la musica stessa è un’estensione dell’immagine, e viceversa. Nessuna delle due può esistere in assenza dell’altra. Sarà per questo che quelle dei Drab Majesty sono sonorità immediatamente riconoscibili, finemente scolpite in una sagoma personale, nonostante gli evidenti riferimenti e le ben note influenze: istantaneamente familiari, quasi nostalgiche, eppure indiscutibilmente lontane da qualunque idea di “già sentito”. La quintessenza idealizzata di tutto ciò che è stato associato al termine “goth” negli ultimi quarant’anni, e qualcosa in più. Loro preferiscono chiamarla tragic wave – perché alla tragedia greca in effetti tutto si rifà, al di là di ogni etichetta – o al limite goth gaze, se alla tragedia vogliamo dare un tocco di dolcezza eterea che raramente guasta.

Dolcezza eterea di cui qui si fa splendidamente carico Rachel Goswell, una che di gaze in ogni sua forma (slow, shoe – il gioco delle etichette potrebbe non finire mai) se ne intende eccome. Il duetto vocale con Deb Demure trasuda un fascino oscuro da ogni nota, per una ballata di sei minuti costantemente intrisa di complesse quanto poetiche melanconie electrosoft. Ci trovi sprazzi di Cure, ma soprattutto echi profondi di Cocteau Twins e Love and Rockets: sullo sfondo, arpeggi ricamati e tastiere che sanno di Chromatics. E non potrebbe esserci di meglio per sottolineare il messaggio che porta: un’acerba critica alla società contemporanea, ai social media, alla influencer culture, ai clichés passivamente perpetuati da ogni nuova starlet hollywoodiana. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome: alla fiera delle vanità che si fa industria vera e propria, appunto.

Drab Majesty (feat. Rachel Goswell) Drab Majesty Rachel Goswell Slowdive Andrew Clinco Deb Demure Mona D 

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