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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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The Hives: Bogus Operandi
The people have spoken.

Randy è morto. Lunga vita a Randy lo zombie!

Nessuno ha mai saputo chi fosse realmente Randy Fitzsimmons, colui che, stando alle note di copertina, ha firmato praticamente tutti i pezzi degli Hives dall’inizio dei tempi. Una specie di Svengali scandinavo? Il sesto membro senza faccia della band? Uno pseudonimo collettivo tipo Luther Blissett? Un’abile trovata di marketing? Lo scherzo idiota di cinque coglioni provenienti dalla contea di Västmanland? Una sorta di confessione latente? Come a dire: ebbene sì, siamo un supergruppetto fatto a tavolino, una specie di NSYNC del punkcore svedese. Tutto può essere. Vent’anni fa la questione era caldissima, al punto che anche NME aveva improvvisato del giornalismo d’inchiesta al riguardo, peraltro con scarsi risultati e prove a dir poco circostanziali che sembravano puntare il dito verso il chitarrista Niklas Almqvist. Poi tutto è finito sotto il tappeto, e il mistero è rimasto drammaticamente irrisolto, insabbiato nell’oblio polveroso e ingrato dell’hype che fu.

E ora? Dopo undici anni di silenzio, la tragica notizia: Randy Fitzsimmons è schiattato. Come ogni altra cosa nella sua vita, le cause e le circostanze sono ancora tutte da accertare. Ammesso che sia vero, s’intende. Sulle rive del lago Stora Aspen, nella quiete delle vie di Fagersta, l’indiscrezione ha creato uno scompiglio quasi pari a quella volta che David Bowie fece fuori Ziggy Stardust. Cosa ne sarà, adesso, degli ex re del garage rock nordeuropeo? Lo iato diventerà definitiva rottura, la pausa ufficiale scomparsa?

Manco per il cazzo, ci rassicura Pelle Almqvist, ormai sempre più simile a un fascinoso Michael Shannon dei fiordi: «Abbiamo lasciato il trono vacante per una decade intera. Nessuno ci si è seduto sopra. Immagino quindi tocchi di nuovo a noi». Come dargli torto, del resto? Gli Hives sono sempre stati i figli viziati e casinari di una versione arricchita dei Ramones, gli Stooges che, dopo aver imparato a fare rumore, hanno deciso che era meglio (e rendeva di più) buttarla in caciara, i Damned vestiti a festa che suonano al matrimonio di tua sorella. Mai hanno provato a vendersi come eredi del noise e del caos, quanto piuttosto come commessi viaggiatori di una sorta di pastiche dello show business. Metteteci poi un innato talento per il riff stuzzica-budella, l’hook appiccicoso che non ti si toglie più dai timpani e quell’autoironia buffona che paga i suoi bei dividendi anche quando ti stai prendendo fin troppo sul serio.

Questo basta per ritrovarli con estremo piacere, invecchiati fuori ma identici dentro, a tinteggiare la loro firma di ingredienti classici con una spruzzata di macabro grottesco. Ma quel macabro d’annata, un po’ alla George Romero, che più che non farti dormire la notte ti strappa un sorriso qualunque sia la tua veneranda età o il tuo background radical-culturale (per un esempio fresco fresco del concetto chiedete ad Aube Perrie, regista di quest’ultimo video). «Repetition is the key to retention», dopotutto, e loro lo sanno benissimo: maghi nello spiattellare un frenetico call and response quasi blues nei sentieri del punk melodico, maestri del tongue-in-cheek e del gioco di parole (in tal senso, Bogus Operandi non ha niente da invidiare al buon vecchio Veni Vidi Vicious), ti consegnano esattamente il prodotto che ti aspetti. E, in tempi di inaffidabile magra come i nostri, non è un pregio da poco.

The Hives Niklas Almqvist Pelle Almqvist 

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