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Squid: Swing (in a Dream)
Avevo espressamente richiesto un green screen… cosa ce ne facciamo di questo?

Tumultuosi stralci di sogno.

2021, il coronavirus non allenta la morsa, ma il post-punk sembra trovare in ciò un’inesauribile fonte di linfa vitale. Sbocciano come fiori primaverili i debut di Dry Cleaning e Black Country, New Road, escono le seconde prove in studio di Shame e Viagra Boys, mentre Crawler degli IDLES riconsolida i segugi di Bristol al primo posto sul trono del genere.

In tale notevole fardello di dischi, ne spicca fuori uno dall’artwork minimale, ma dal nucleo che ribolle in maniera incontrollata: Bright Green Field ha dimostrato sin da subito che quello degli Squid non è frettolosamente catalogabile come semplice post-punk, anzi, di quest’ultimo è possibile riesumarne giusto qualche briciola qui e là. Quello della band di Brighton è avanguardismo allo stato puro, smisurata passione per l’inconfortevole, amore per la sperimentazione, rifiuto della schematizzazione canonica: insomma, un meraviglioso pandemonio.

Swing (in a Dream), primo estratto da O Monolith – già ampiamente spoilerato in sede live –, torna a condensare in una traccia il calcolato caos degli inglesi, permettendoci di tastare il brivido di un turbolento sogno nella sua più accurata trasposizione musicale: rigirarsi tra le coperte, con la maglia zuppa di sudore e la mente immersa in trame nevrotiche, ai limiti dell’assurdo, esattamente come la costruzione pulsante, dal crescente e costante turbinìo di atmosfere, che Ollie Judge e compagine architettano in un corridoio musicale illuminato da riverberi jazz, sussulti art rock e da tanta lucida follia. I synth in apertura che si concatenano al mesto arpeggio di Anton Pearson, le «rococo curves» citate nelle lyrics che tentano di quietare il nervosismo di background e che invece finiscono ad alimentarne la portata, incontrando qualche timido ostacolo nei docili intermezzi di tromba, trascinati via da un outro tesissimo, in cui si riversano, come fiumi disarginati, tutti gli strumenti. Il culmine del sogno, l’esatto istante in cui anche la testa non regge più il macabro gioco e cerca disperatamente di farci spalancare gli occhi.

Traccia complessa, anche rischiosa da lanciare come singolo – sicuramente meno appetibile di una Pamphlets, ad esempio – ma negli Squid riponiamo una fiducia estrema, quasi cieca. Tanto mestiere, tanta matematica, tanto prog, tanta, tantissima fantasia e un sound, unito a una tecnica sopraffina, che fa le scarpe a mezza scena: il 2023 non può che posizionare uno dei suoi fuochi nel fumoso East Sussex.

Squid Dry Cleaning Black Country New Road Shame Viagra Boys Squid 

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