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Hammock: Procession / Love in the Void
In mancanza di un’amaca va bene anche il divano

Hammock
Procession / Love in the Void

Lasciatevi cullare, senza paura.

I nomi delle band sono spesso colpi di genio o puttanate epiche che per qualcuno, a un certo punto, sono suonate argute, buffe, magari anche sexy o misteriose. Puoi prenderli per il culo o approcciarli con il massimo (dovuto) rispetto, ma è indubbio che spesso hanno ben poco a che fare con il tipo di musica che la band stessa compone. Quasi sempre nascondono una storia da raccontare, eppure raramente sono una dichiarazione d’intenti.

In questo senso, il post-rock sembra essere un’eccezione. Sarà la mancanza di testi, che costringe in qualche modo già in partenza a uno sforzo supplementare per trovare un significato all’astrazione. Sarà l’abuso di complesse suite strumentali, che richiede la necessità di ricavare uno straccio di concetto in mezzo al caos. Magari sarà solo un caso e tutta questa storia nasce e muore esclusivamente nella mia testa. Fatto sta che quando hai le mani in pasta con una fracca di droni, venti layer di chitarre e l’ostinazione di volerne tirar fuori qualcosa di minimalista, anche una singola parola può diventare un’importante chiave interpretativa, che punta le orecchie di chi ascolta nella giusta direzione. Nel senso: approcceremmo la musica dei GAS con le stesse aspettative se si chiamassero SOLID? O quella degli Explosions in the Sky se fossero i Subterranean Silent Whispers? Forse la sto un po’ stiracchiando, ma anche i Mogwai, se si chiamassero Gremlins, li vedrei meglio in mezzo a un catalogo punk o al massimo metal.

A conferma di questa teoria bislacca prendete gli Hammock. Il duo di Nashville da quasi vent’anni si conferma (almeno a livello di critica) uno degli ambient act più coerenti della scena: intricate partiture orchestrali fatte con gli strumenti del rock classico, atmosfere cinematiche, crescendo panoramici in un costante saliscendi di volume, mai brusco, sempre annunciato con largo anticipo. Musica placida come una coperta buttata addosso nelle sere d’inverno, o una brezza che nelle notti d’estate fa oscillare, appunto, l’amaca circondata di citronella su cui ti sei ritirato per dimenticare le zanzare e le altre brutture del mondo.

Un sentiero quieto fatto di dodici lavori autoprodotti che mai hanno abbassato il livello nemmeno di mezza tacca. L’ultimo uscirà domani e ribadisce che, anche quando son poche, le parole sono importanti, aggiungendo “amore nel vuoto” alla lista di possibili descrizioni sintetiche di quello che la loro musica potrebbe rappresentare.

Procession / Love in the Void anticipa il tutto in maniera più che scolastica (nel senso che propone in anteprima le due tracce che aprono l’album – la seconda, per altro, title track): BPM bassissimi, arpeggi eterei, distorsioni mai fuori luogo, e un video in parte preso in prestito dal progetto visuale creato dai Beru come accompagnamento al loro Forgiveness Is Supernatural, che – forse non a caso, per tornare al punto di partenza – se già non fosse il titolo di un disco post-rock, sarebbe un altro nome perfetto per una band. Post-rock, s’intende.

Hammock Marc Byrd Andrew Thompson 

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