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The Afghan Whigs: In Flames
Ho rubato il cappello a Keith Richards

Ancora una volta a bruciare tutti insieme, appassionatamente.

Se la forma fisica di Greg Dulli parla chiaro riguardo al tempo che passa, quella che sembra però restare immutata è la sua capacità di scrivere delle hit radiofoniche, trasudanti un certo tipo di malinconia che pare essere sparita dai radar. Soprattutto se andiamo a vedere quello che il rock è diventato ultimamente.

Mixato con l’R&B, sporcato di una reminiscenza grunge e quasi privo di quei gingilli e plug-in così di moda, quello (il rock appunto) degli Afghan Whigs viene perpetuato in tutto il nuovo lavoro e culmina proprio nel climatico finale di In Flames, che fa tornare alla memoria le grandi chiusure che furono (vedi Faded di Black Love) e si dimostra ancora capace di tenere alta l’attenzione dopo due ben più che discreti album. Forse senza essere così omogeneo e “inquadrato” come In Spades o Do to the Beast, ma va bene così.

La chitarra trascina su piani emotivi altissimi, seppur nella sua quasi banale semplicità, accompagnata dalla voce di Dulli, che sentenzia «I know you know that you will be in flames with me» fino alla fine. Una voce ancora dietro al mix, sporca e imperfetta, ma sempre – forse anche solo per questo – grande baluardo di verità in questi terribili tempi di digitalizzazione ubiquitaria di qualunque timbro registrato.

Se c’è un difetto, è il fatto che scivoli via proprio nel punto dove dovrebbe trascinarsi ancora e ancora, cercando di farci a pezzi l’anima, come – appunto – i grandi classici della discografia della band di Cincinnati. Poco male, però, soprattutto se è l’immediatezza quella che cercate. Per i fan degli Whigs, in ogni caso, sapere che c’è ancora del sacro in Dulli e che quel sacro può continuare a emergere dal suo vaso delle malinconie è una certezza non da poco.

The Afghan Whigs Greg Dulli 

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