Tracce 

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.
Czarina: Cities in Dust
C(z)arina
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L’impercettibile linea sottile che separa significato e significante.

Dalla biografia: Czarina (alias Vero Faye Kitsuné) è una salutista e multipremiata musicista rock ed elettronica, produttrice, scrittrice, filmmaker, visual artist, creative director, designer, stimatissima veterana della fashion industry newyorkese che, nel tempo libero, si dedica alla composizione di brani propri. Brani da includere in album come questo di debutto, dove misticismo new-age e trascendentalismo si mischiano con cibernetica, futurismo, mitologia, arti marziali, approcci concettuali e alta moda, appunto.

Nel disco (un concentrato di quanto sopra, immerso in un’elettronica oscura contornata da barocchismi pop tinteggiati di progressive) trova spazio anche una cover della celeberrima Cities in Dust dei Siouxsie and the Banshees. E proprio il paragone con Susan Janet Ballion è quello che risulta subito più intrigante, con le differenze che, mentre per Siouxsie il microfono era vero megafono esistenziale, per Czarina è più lo specchio delle sue brame che scatta immagini da mostrare sui cartelloni pubblicitari in una metropoli occidentale.

La cover in realtà è molto piacevole, cantata benissimo, prodotta in maniera impeccabile, e addomestica – rendendolo quindi papabile anche per un pubblico meno esigente – un brano di per sé già orecchiabile, ma nel quale, nella sua forma primitiva, rimanevano le cicatrici di una sofferenza vissuta in prima persona che nemmeno il cerone e i lustrini riuscivano a coprire completamente.

È la versione “social” di Cities in Dust, quasi quarant’anni dopo, e ha innegabilmente tutte le carte in tavola per piacere (e molto) a un certo tipo di pubblico. Agli altri invece non resta che ritirare fuori l’originale o – se proprio vogliono una cover che mantenga comunque un certo livello di significato che superi la mera esecuzione – ripiegare su quella dei Newlydeads uscita anni fa, in cui la voce tossica di quell’altro sopravvissuto di Taime Downe riusciva – nonostante il suo essere sgraziata – a cogliere il senso più profondo del pezzo, più che a ricantarlo “solo” bene. Questione di gusti.

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