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Persefone: Katabasis
Una bella jurnata 'e sole
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Metallone in vena di rigenerazioni post-mortemiche.

Persefone
Katabasis

I Persefone spaccano in sezioni dispari il giovile mattutino montagnolo sul confine andorregno. Tecnicamente è il moderno progressive metal dei Leprous, ma con un pizzico di afflato meridionale e smanie filosofiche più all’antica, neoclassiche diciamo.

L’alternarsi di piano, forte, violento e me ne pento servono a mettere in musica un dissidio convulso tra la voglia di morire e di rinascere. Non a caso si parla di catabasi, ovvero la discesa nel regno dei morti greci (come le olive) – non quello del Dante medio-cristiano e nemmeno l’oltretutto dei vichinghi all’idromele. Piuttosto un mondo nelle viscere del creato, dove anime senza speranza e scopo vagano in un loop d’impazienza e invidia tra le membra frolle della memoria umana soprastante sempre più dimentica.

I Persefone nascono nel 2001 e hanno alle spalle otto dischi dispersi nella vorticosa digital invasion che alluvia gusti e voglie ai gentili ascoltatori da circa vent’anni. Questo brano è l’ennesimo segmento di grande spessore, tecnica e disperazione con cui un sestetto di plurilaureati prova a rimanere aggrappato all’attenzione del clickobatto macinatutto. E in parte ci riesce, a patto che li si tenga lì, nel nostro merdaverso fino al minuto 3:56, quando il vocione in vena di rinascite di Marc Martins si invola in una specie di raganella melodrammatica davvero toccante e per una volta, più intrigante che intricata.

I Persefone sbirciano l’aldilà – che è dentro la solita grotta dove si scende incappucciati in nome della rosa – domandandosi a ogni passo se non sia una gran cazzata, costume compreso. Con il loro testosterone glabrante di sinistra, controbilanciano uno scenario bucolico dark essenziale ma abbastanza suggestivo da tener testa alle sbracciate di violini synth Miguel “Moe” Espinosa e le chitarrine iperventilate in stile schiaffo del soldato della doppietta Lozano/Baldaia. Enjoy from the dead!

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