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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.
Röyksopp: The Ladder
Cinque anni di silenzio, poi due canzoni in venti giorni. Tutto bene, ragazzi?
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Dalle ceneri dell’ambient rinascerà la cassa, però con calma.

Quando, a inizio 2022, i Röyksopp hanno messo online (Nothing But) Ashes… (con parentesi, tre puntini, e tutto quanto), eravamo un po’ confusi: un viaggione ambient per pianoforte, registratori a cassette sfasciati, violini di ghiaccio e arpeggiatori, musica da titoli di coda per l’ultima puntata dell’ultima stagione dell’umanità – tutto stupendo, eh, ma non si capiva bene dove volessero andare a parare.

The Inevitable End (2013), fin dal titolo, è stato l’ultimo disco dei Röyksopp, l’ultimo disco composto, prodotto e pensato come un’opera organica, come si faceva quando i dischi li faceva tuo nonno. Di lì in poi, Svein Berge e Torbjørn Brundtland hanno deciso di fare solo canzoni sparse, ogni volta che arriva l’ispirazione, e pubblicarle quando gli pare loro, come gli pare. Bravi loro.

Non sempre l’ispirazione arriva: cinque anni fa uscì la trascurabile Never Ever, una specie di Get Lucky fuori tempo massimo, e i ragazzi sembravano davvero invecchiati male, con il gel nei capelli, le giacchette fluo e i balletti in discoteca quando già sarebbe ora di tornarsene a casa, che inizi ad avere una certa età. In generale, nonostante abbiano fatto i soldi con Poor Leno, non è nei pezzi con la cassa in quattro che si trovano le vette emotive del duo norvegese: senti questa, o questa.

O, meglio ancora, senti The Ladder, il pezzo nuovo, il secondo in venti giorni per un gruppo che non ci faceva sentire niente da cinque anni. I Röyksopp hanno smesso di fare i giovani e sono ringiovaniti: The Ladder porta a casa la partita con una prestazione da 5 minuti e mezzo senza un calo di tensione, cresce e cresce e monta e monta con strati su strati di sintetizzatori e coretti col vocoder, e là sotto il basso acido, ma non troppo, e la cassa in quattro, ma non troppo, e cresce e cresce e monta e monta e quando sembra che debba andare da qualche parte, è finita. Certi equilibri tra musica per muovere il culo, musica per fare altro, musica da ascoltare quando vuoi e ignorare quando vuoi, ma senza cambiare canzone, tipo ambient con la cassa, sono difficili da trovare, ma The Ladder sta in quell’equilibrio lì, bravi loro.

Forse finirà in un disco che forse si chiamerà Press R, ma forse no: l’unico modo di saperlo è seguirli su Instagram, dove sono sbarcati all’inizio dell’anno come due padri divorziati qualsiasi. Non si sarebbero presi il disturbo di uscire dallo studio e farsi l’account e il logo nuovo eccetera per farci sentire una canzone e mezzo, e poi basta, giusto?

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