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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.
Trentemøller: Dead or Alive
Il Rokko Smitherson della consolle
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Volevo essere una rockstar maledetta ma mamma-disco non mi avrebbe lasciato.

Trentemøller
Dead or Alive

È un piccolo passo per uno spilungone danese con i capelli sapientemente scarruffati in un ciuffo che resiste imperterrito nonostante si avvii ormai per i cinquanta, ma un balzo gigantesco per la buona, vecchia elettronica da stadio che vorrebbe andare oltre le solite arene baleariche. Navigare a vista attraversando il mare in tempesta che separa l’essere un esimio compositore da laptop dal diventare uno smaliziato showman rock, dico.

Il tentativo imperterrito di tenere i piedi più o meno saldi su entrambe le barche rischierebbe di risultare – per qualunque artista, indipendentemente da quali siano le sue abilità circensi di equilibrista – quantomeno stiracchiato, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, un (in)consapevole atto di dichiarata schizofrenia.

La famosa eccezione alla regola? Anders Trentemøller.

Emerso ormai quindici anni fa come talentuoso producer dance-oriented da un passato un po’ indie-sfigato, non ha mai nascosto l’intenzione di rinverdirlo, quel passato, a nuovi fasti proto-punk. Chi ha detto electroclash vada subito in castigo dietro la lavagna. Tutt’altro. Si è trattato piuttosto di far convivere spettrali elucubrazioni digitali che avrebbero incuriosito il catalogo art pop di una 4AD anni ‘80 con sogni pseudo-immacolati à la Cocteau Twins e This Mortal Coil prima e poi suonare entrambe le cose con una band al completo che assomigliava più ai Rolling Stones che ai Prodigy, durante tour mondiali nei grandi stadi (per esempio in apertura ai Depeche Mode). Su quei palchi lo abbiamo visto iniziare pezzi come fosse Ryūichi Sakamoto e finirli sentendosi Trent Reznor, senza preoccuparsi minimamente del fatto che la sua fissazione di comunicare sinfonie figlie di un’orgia di bit a oceaniche folle rock finisse sempre e costantemente frustrata dal fatto che la sinuosa fragilità alla base della sua narrativa musicale risultasse – per forza di cose – maggiormente apprezzata in cuffia, la sera, da soli, in una piccola stanza. Possibilmente al buio.

Bisognerebbe santificarlo ogni giorno, per questo, perché il risultato è una confusione perfetta e lucidissima lontana anni luce da qualsiasi derubricazione a mero “vorrei ma non posso”. Anzi, ne esce un punk così post da fare quasi il giro completo, passando dal futuro per tornare al ‘77. Il 2077, s’intende.

In Dead or Alive questa dicotomia è messa sul tavolo con una chiarezza a prova di idiota. Perché, quando il prezzo è riuscire a sopravvivere in un limbo a metà tra due mondi così complici nella loro distanza, non c’è spazio per i fraintendimenti. Un basso abbastanza riverberato da far paura ai Cure, una ritmica serratissima che entra subito in risonanza con i Big Black e dei sample vocali carichi di effetto che non hanno paura di guardare dritto negli occhi gli Swastika Eyes di Primal Scream-iana memoria. Qualche chitarra fischia sorniona. Senti dei synth, anche se son nascosti bene. Ogni cosa sembra suonata con degli strumenti veri, pure la drum machine ha un’anima, ma magari è solo il parto plurigemellare di un’unica timeline di Pro Tools. Il fatto che rimanga il dubbio non fa che confermare la teoria di cui sopra: è tutto meno che solo rock’n’roll, ma eccome se ci piace lo stesso.

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