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Neil Young & Crazy Horse: Welcome Back
Old man, take a look at my life, I'm a lot like you
↤ Tracce

Luna piena lassù (e l’uomo lupo ulula).

Neil Young & Crazy Horse
Welcome Back

Quattro milionari bianchi ultrasettantenni si danno appuntamento in un luogo lontano da occhi e orecchie indiscrete: sembra l’inizio di una teoria cospirazionista, e invece è il nuovo disco di Neil Young & Crazy Horse. Si chiama Barn, cioè “granaio”, come il posto in cui è stato registrato tutto in presa diretta una notte di Luna piena dell’estate 2021, un fienile nel nulla del Colorado. Esce il 10 dicembre, perché i dischi escono ancora di venerdì, ma se fosse stato per Neil Young sarebbe uscito due giorni prima, l’8, il giorno dell’ultima luna piena dell’anno.

Ci sono 12 lune piene ogni anno e ognuna ha un nome diverso, lo sapevi? La prima luna piena dell’anno si chiama Wolf Moon, la “Luna del Lupo”, poi c’è la Snow Moon, la “Luna della Neve”, poi viene la Worm Moon, la “Luna del Verme” (Vermemiglior gruppo punk italiano di tutti i tempi, tra l’altro), poi la Pink Moon (come Nick Drake), eccetera, non staremo a metterle tutte e 12, comunque nel mezzo c’è pure la Harvest Moon, per tornare in argomento.

Quattro amici che si chiudono in uno studio di registrazione senza avere nessuna canzone pronta, e un mese dopo il disco è finito, ed è finito pure il gruppo. È un topos narrativo che di questi tempi è tornato abbastanza di moda, ma Barn, il documentario diretto da Daryl Hannah (aka l’infermiera con un occhio solo di Kill Bill aka la moglie di Neil Young) non farà probabilmente gli stessi numeri di Get Back, perché Neil Young e i Crazy Horse sono ancora vivi e gli eroi sono fotogenici solo quando sono giovani e belli. 

Neil Young, Billy Talbot, Ralph Molina e Nils Lofgren sono vecchi e brutti, ma continuano a essere più fighi di te: Welcome Back, singolo che anticipa Barn, è una specie di All Along the Watchtower narcotica, con quegli assoli senza plettro infiniti distorti fradici che sa fare solo lui, e un suono da Basement Tapes in technicolor che se chiudi gli occhi senti l’odore della merda di vacca.

«Gonna sing an old song to you right now, one that you’ve heard before, might be a window to your soul I can open slowly», dice lo zio appena apre bocca: se sei qua a leggere del nuovo disco di Neil Young è probabilmente perché l’anima te l’ha già spalancata mezzo secolo fa con la Ditch Trilogy, e quello che resta sono solo tubi innocenti e fili scoperti, ma insomma, se ti stavi chiedendo se Neil Young è ancora in forma, o se la luna è ancora fatta di formaggio, sarai felice di sapere che certe cose non cambiano.

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Simone Rossi
Simone Rossi

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