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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

King Hannah: All Being Fine
Coppia, di fatto
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La psichedelia sonnacchiosa del sabato mattina.

King Hannah
All Being Fine

Confidando in certe aspettative da luogo comune, non diresti che il duo composto da Hannah Merrick e Craig Whittle provenga da Liverpool. Poi rifletti meglio e ricordi che, nel pieno sbocciare del post-punk, il Mersey è stato testimone di una psichedelia “nuova” non per modo di dire. Anche qui, tuttavia, devi fare dei distinguo, poiché la Merrick vanta origini gallesi e nei King Hannah – pronti a debuttare su album in febbraio dopo un corposo EP del 2020 – non si rinvengono tracce della new wave lisergica di Echo & the Bunnymen e Teardrop Explodes.

Alla visionarietà, infatti, All Being Fine preferisce un torpore vagamente oppiaceo che intreccia il cantautorato di Smog e Palace Brothers alle meditazioni cadenzate dello slowcore e – finalmente – a una psichedelia che flette i muscoli e sta alla larga dalle sbrodolate. Sono in ogni caso più ricami che segni marcati quelli che appaiono su un groove secco e ipnotico, profumato di quell’intontimento tipico di un sabato mattina invernale, ovvero del momento in cui ti stai svegliando però indugi ancora tra le coltri, magari provando a recuperare la coda di un sogno interrotto sul più bello.

Allo stesso modo, da un momento all’altro All Being Fine sembrerebbe esplodere in un’impennata o sciogliersi in puro incanto estatico. Invece coglie in contropiede, proseguendo senza scomporsi per la sua strada e mantenendo intatta la tensione. Ne deriva un enigma arguto di quelli che Jesse Sykes ci nega da un decennio, tra ipotesi di Opal e Mazzy Star avvolti in un esperanto indie, minimalismo calibrato al millimetro, atmosfere allo stesso tempo coinvolte e distanti. Qualcosa di mai scontato che, catturata l’attenzione in punta di piedi, sparge attorno a sé un romanticismo obliquo e meravigliato del quale scopri di non poter più fare a meno.

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