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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Jethro Tull: Shoshana Sleeping
Chi ha detto piffero?
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Sempre e solo l’unico che può permettersi di usare “rock” e “flauto” nella stessa frase.

Jethro Tull
Shoshana Sleeping

Ian Anderson può piacere o meno, ma passerà comunque alla storia. Tra colonne di Marshall, Les Paul e Stratocaster come piovesse, batterie che manco Stefano D’Orazio, è riuscito in 54 anni di carriera a mettere al centro dell’attenzione lo strumento meno rock esistente sulla faccia della terra: il flauto traverso. Vero che anche altri lo hanno usato (basti pensare a Peter Gabriel nell’era Genesis), ma nessuno lo ha reso il vero protagonista come è riuscito a fare il leader dei Jethro Tull. Che si voglia o meno, la sua sagoma mentre suona su una gamba sola in una rivisitazione della posizione yogica dell’albero è emblematica tanto quanto un disegno di Eddie o il ghigno di Billy Idol, un segno di riconoscimento che automaticamente fa da biglietto da visita per capolavori senza tempo come Aqualung o Thick as a Brick.

Ma Ian non si è mai fermato, ha continuato sporadicamente a produrre dischi che, pur non raggiungendo la bellezza dei capolavori sopracitati, non sono mai stati avari di musica qualitativamente elevata.

Ne è un fulgido esempio questa Shoshana Sleeping, liberamente ispirata al racconto Susanna e gli anziani inserito nel Libro di Daniele e considerato apocrifo dai cattolici protestanti. Su una partitura prog tipicamente Tull l’inconfondibile voce e il flauto di Anderson si intrecciano mirabilmente mentre raccontano una storia all’apparenza innocua, ma che – letta in chiave odierna – potrebbe sembrare un’invettiva ben celata nei confronti di un certo modo di gestire alcune questioni di vitale importanza ai giorni nostri. D’altra parte la generazione da cui proviene il Nostro (e buona parte del movimento prog in genere) è quella che cantava di elfi e folletti riferendosi in realtà a ben altro, riuscendo così a dire la sua scavalcando con classe la censura.

Per un neofita, questo brano potrebbe aprire una porta verso un mondo incredibilmente affascinante, mentre per i fan di vecchia data è un graditissimo e in un certo senso inaspettato ritorno per uno degli istrioni più particolari del rock.

Le zampate dei vecchi leoni saranno anche meno veloci, ma certamente sanno ancora essere letali.

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Max Zarucchi
Max Zarucchi

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