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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Dream Theater: The Alien
Fotofobici e non
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Is the dream over? Non del tutto, non per tutti.

Dream Theater
The Alien

Parliamo di The Alien, apripista del nuovo disco dei Dream Theater, che – al contrario di quanto dichiarato da Jordan Rudess – riassume abbastanza bene il sound di A View from the Top of the World, disco in uscita in questi giorni.

Davvero i Dream Theater avevano bisogno di scrivere questo singolo? Senza parlare del disco intero? Per chi segue la band dai tempi di Awake la risposta difficilmente sarà diversa da un secco “no”. Intendiamoci, non c’è niente di tecnicamente osceno (figuriamoci) né di inelegante nel pezzo. Si apre con un discreto sfoggio di riff pesanti e di tempi dispari ottimamente sostenuti dall’eccelso Mangini. Qualcuno dice In the Presence of the Enemy e Outcry? Bingo, ma andiamo avanti. Apertura melodica con il riff lento? Check anche qua (Six Degrees of Inner Turbulence, nello specifico outro di V. Goodnight Kiss, il primo paragone che viene in mente, ma ce ne sono vari altri). Entra LaBrie. Voce stellare come sempre e interessante il tempo del cantato inserito sui complessi tempi (sempre rigorosamente dispari) di sottofondo. Tuttavia: linea vocale piatta, scivola via senza impressionare, peraltro seguendo una progressione armonica non particolarmente innovativa e non scevra da una certa monotonia. Arriva la sezione assoli e ancora: non c’è niente di inascoltabile, sia ben chiaro, ma l’ennesimo unisono seguito da una Petrucciata su tappeto di Myung (per fortuna qua il basso si sente) e dall’anonimo virtuosismo di Rudess è qualcosa che solo chi non ha mai ascoltato questo sound poteva non aspettarsi.

Infatti, qua veniamo al punto cruciale. Può benissimo essere che questo singolo – e questo disco – accontentino anche i fan di vecchia data. Ma è molto più probabile che ai più strappino un sorrisetto di malcelata compassione per un sound che rimane interessante e divertente, ma che ha detto davvero tutto quello che aveva da dire, è invecchiato maluccio e non sta riuscendo minimamente ad aggiornarsi con le tendenze del momento.

Per chiunque non abbia mai sentito i Dream Theater, al contrario, il nuovo platter è consigliatissimo: ascoltare i virtuosismi dei cinque newyorkesi vi farà letteralmente saltare sulla sedia.

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