Chiamiamola the big nerd theory.
In linea con l’umorismo da “nerd figo” che ha reso grandi i Pavement, anche i Parquet Courts amano prendere amabilmente in giro la critica e il pubblico. È parte del gioco e state pur tranquilli che, fossero i newyorkesi dei tipi mesti e grigi, tutti avrebbero di che lamentarsi. Insomma, è merito – oppure colpa: fate vobis – di Stephen Malkmus e compagnia se Andrew Savage se ne può uscire con facezie come «Ho detto al produttore che volevo un suono equamente diviso tra Can, Canned Heat e This Heat» e farla franca. Ai più smaliziati, in ogni caso, il calembour risulta carino ma usa-e-getta.
Più utile invece consultare il relativo comunicato stampa, che riferisce di un settimo album influenzato dalla festa scatenata da Wide Awake!, dove il gruppo spruzzava di funk bianco il suo ruvido post-punk chitarristico trasversalmente melodico, però si fermava a metà del guado. La stessa velina informa che stavolta l’obiettivo è assimilare la cultura dance, costruendo brani da jam improvvisate con la regia di John Parish – che non abbisogna di presentazioni – e di Rodaidh McDonald, già con XX e Hot Chip. Indizi che possono completarsi, ma anche no.
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Di conseguenza ci si domanda come e se i Parquet Courts risolveranno il dualismo. Perché il precedente antipasto Walking at a Downtown Pace offriva una quadratura del cerchio con gustosi groove in stile Madchester, mentre Black Widow Spider getta in aria il menu ed esce correndo dal ristorante. Le chitarre mulinano rugginose, il cantato è malinconico e svogliato, l’insieme poggia su una danza alienata e nervosa. Come se gli Wire si travestissero da Gang of Four, alla fine non te la levi più dal palato. E perché mai dovresti?