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Leon Duncan: Nintendo Dub
In assenza di un volto, sono tornate di moda le cassette
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Nuove forme di elettronica emergono da antichi continenti.

Leon Duncan
Nintendo Dub

La ricerca del suono impossibile a volte prende le strade più impensate, o forse è la musica stessa che decide di palesarsi in una veste inedita nei posti meno comuni, perlomeno dal punto di vista di un occidentale.

Per esempio, l’urgenza comunicativa e l’efficacia del giovane e misterioso produttore kenyota Leon Duncan riscrivono le regole di un certo modo di fare musica elettronica, per poi infrangere tutti i dogmi e ricominciare da capo.

Nintendo Dub suona in maniera terribilmente fresca e tagliente, in continuo equilibrio instabile tra il lo-fi in sapore acid su una base velatamente harsh, che si mescola alla perfezione con il piglio dub aggiornato agli anni Venti del Duemila. Il tutto rallentato e dopato con dosi massicce di anestetico da cavallo, così da eliminare dal piatto il perno di quello che dovrebbe essere la dance – ovvero le percussioni (che la fanno invece da padrone nell’altro singolo, Rucio). Roba che un giovanissimo Liam Howlett adorerebbe alla follia.

Ecco, forse il modo sperimentale di intendere l’elettronica della mente dei Prodigy (soprattutto quello dei primi rivoluzionari mixtape) è – insieme all’Aphex Twin più visionario – il parallelo più mainstream che può avvicinarsi alle sonorità di Leon, un mondo pieno di sfumature e tagli netti sulla tela: il disco Fuck a Rosetta Stone for My Brainwaves è un viaggio infinito dove mille sottogeneri si mescolano in un flusso di coscienza sonora e basterebbe da solo a mandare in trip tutta la club culture est-africana e non solo.

Una scheggia impazzita da tenere sott’occhio.

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Max Zarucchi
Max Zarucchi

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