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Matt Berninger: I’m Waiting for the Man
Una dose? In che senso? Intendete un bicchierino?
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Il FILF della porta accanto in cerca di uno spacciatore di Sassicaia.

Matt Berninger
I’m Waiting for the Man

Negli ultimi vent’anni, i National hanno tirato fuori un sostanzioso e regolare stipendio da un secchio di romanticissime, tristi canzoni a tema sesso, morte e autocommiserazione. L’hanno fatto con la faccia dei bravi ragazzi, lasciando tuttora irrisolto il sospetto che ragazzi sul serio non lo siano mai stati, mentre giravano intorno a un concetto tutto loro di rock’n’roll, senza comunque abbandonarsi né alla tentazione né alla pretesa di presentarsi come rockstar maledette e problematiche. Di quelle con le siringhe piantate negli avambracci, per capirsi.

Nel frattempo, orde di malinconici esperti nel ciondolare la testa a tempo si sono accasati tra le loro strofe, ben confortati da quello strano sing-a-long da ubriaco innamorato preso male: testi che tecnicamente non avevano senso, ma la cui fantasmagorica costruzione alcolica faceva in maniera egregia da comune punto d’appoggio emozionale. Siamo stati e siamo tra quelli, e spesso ci siamo chiesti come fosse possibile.

La risposta la sa Matt Berninger, frontman atipico – sempre vestito in maniera troppo trasandata per presenziare al funerale che sta cantando, sempre troppo elegante per riciclarsi rocker duro e puro. Con la faccia del professore di un liceo di provincia e la raffinatezza appannata del sommelier che ama troppo l’oggetto della sua stessa analisi, è riuscito in una cosa in cui in pochi sono riusciti: crearsi un’identità ben definita e intanto cucire la stessa identità addosso alla band che lo stava rendendo famoso. Mentre i suoi ipercreativi compagni cercavano sempre nuove sfide (chiamatela voglia di mettersi in gioco, chiamatela Taylor Swift – non fa differenza), lui è sempre sembrato a posto così, nel suo. Il suo, da solista, è un suonato acustico e vagamente jazzy, come un wine on the rocks (esiste davvero, è una specie di sangria di Cincinnati e hanno il coraggio di chiamarla cocktail) da contrapporre al classico, machissimo, whisky. Più stagionata botte di rovere dentro cui lanciare tappi di sughero da una sedia a dondolo in un languido dopocena in veranda insomma, che cucchiaio incrostato e annerito dal fuoco di un accendino, unica luce fioca in un vicolo sudicio di Harlem.

Sorprende e non sorprende, quindi, il piglio deciso e allegrotto con cui affronta questo classico protopunk a firma Velvet Underground. La partecipazione stupita che lo porta a immedesimarsi (risultando quasi credibile – ma in ogni caso quella è una questione di poco conto, al giorno d’oggi) nella storia di un tossico in crisi d’astinenza che aspetta impaziente il tizio che dovrebbe portargli la dose quotidiana. Ne esce un rock in gilet, berningeriano fino all’osso, accompagnato da inaspettati movimenti di bacino – irresistibili nel loro essere goffamente sexy – rigorosamente ballato sul tappeto, per non disturbare troppo i vicini. Gli accordi di piano ripetitivi e frenetici dell’originale sono ridotti al minimo, il drumming picchia dritto sul timpano e spuntano come il prezzemolo melanconiche chitarre distorte il giusto, che diresti ci abbiano messo le mani i fratelli Dessner e invece no.

È come traslare il racconto dai tombini di New York ai cipressi di Bolgheri, dal burroughsiano incrocio tra Lexington Avenue e la 125esima al carducciano ingresso della Tenuta San Guido, dalle pere cattive all’uva fermentata. C’è un tizio inquieto, con la barba e gli occhialoni grossi, in attesa nell’aia, sotto il sole. Si scambia furtivamente qualcosa con un losco figuro appena uscito dalla cantina. Zoom a schiaffo: non sono i famosi 26 dollari di eroina, ma una una boccia di vino rosso da 400 euro e spiccioli. A ognuno le sue dipendenze.

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