The Goon Sax: In the Stone
A chi toccava lavare i vetri questa settimana?
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Chiamatela teenage post-retromania.

The Goon Sax
In the Stone

Si son presi cinque stelle sul Guardian. Pitchfork e Stereogum li hanno messi sullo stesso piano di Courtney Barnett. NPR si è fatto meno scrupoli e li ha paragonati nientepopodimeno che ai Talking Heads. Hanno più o meno vent’anni scarsi e stanno per pubblicare il terzo disco, ma son rimasti umili. Di David Byrne e soci hanno la straordinaria capacità di tirar fuori melodie degne degli ABBA con la scaltrezza di riuscire a farle apprezzare non solo al popolino delle balere mainstream ma anche a certi (sedicenti) palati fini. Con la Barnett condividono – oltre ai natali aussie – uno spiccato storytelling slacker, il ben definito stile nel non-cantare e dei testi in cui è difficile distinguere quando lo humor puro e semplice sfocia nell’autoironia che a volte pare quasi autocritica. 

Una storia già vista e una narrativa già sentita. Eppure c’è qualcosa che ha salvato i Goon Sax dal rivelarsi effimere promesse che consumano in fretta tutta la corrente necessaria a tenere in vita la luce che all’improvviso li ha illuminati. Un fraintendimento, come spesso accade. Fraintendimento che oggi – in un modo post-Eilishiano – sarebbe stato molto meno probabile, ma che già soli cinque anni fa non era ancora così verosimile: non prendere sul serio tre sedicenni della buona borghesia di Brisbane che cantano in maniera relativamente allegra roba pesa a tema «I hate myself and I want to die». Trovarli al massimo buffi, sicuramente innocui. Nel senso, qua c’è gente che ha vissuto il grunge e ancora organizza pellegrinaggi verso una famosa villa di Seattle, vuoi mettere? Poi è andata che il tutto è finito nel faldone dei cute teenage feelings e la questione si è rivoltata come un calzino: i ricordi sporchi dentro e fuori tutto un pucci-pucci con gli adolescenti al centro di un dibattito ancora in corso (e i cui moderatori adolescenti non lo sono più da un pezzo, s’intende).

Così anche James Harrison, Riley Jones e Louis Forster hanno superato senza particolari traumi lo scoglio del fatidico secondo album e ora arrivano con la giusta esperienza sulle spalle in casa Matador. Chitarre tintinnanti, linee di basso solide, due voci che mascherano la differenza di sesso con il comune timbro scazzato e vanno a cavalcare l’onda mai esaurita del Nineties lo-fi e della sua poetica a base di non-rivolta Pavementoniana. 

In the Stone è ispirata al periodo che hanno passato in Germania, subito dopo essersi diplomati (e con già un disco di debutto alle spalle – vale la pena ricordarlo) e il video è tanto brutto quanto il pezzo è accattivante, nella sua ricerca di uno stile visivo che rimanda appunto alle VHS della Berlino anni ‘80, di cui non c’era bisogno. Stile visivo che (fun fact) a Berlino negli anni ‘80 avrebbero evitato volentieri ma con cui erano costretti a convivere per limiti tecnologici e per ricreare il quale oggi troviamo nei credits una lista infinita di stimati professionisti (compositing e color grading specialist, 3D graphics expert, stylist, HMUA, DOP e un gran ambaradan di altri acronimi, qualunque cosa significhino) che fa pensare a tutto meno che al concetto di “low budget”.

Ma questa è un’altra storia, parla della retromania a cui siamo rimasti sotto da un po’ e a spiegarcela c’ha messo 528 pagine uno molto più bravo di noi. Insomma, non è certo colpa dei Goon Sax.

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