Olivia Rodrigo: Brutal
Oops!... I'll do it again
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Credevo fosse il mio e invece era il teenage dream di tutti gli altri.

Olivia Rodrigo
Brutal

Miley Cyrus, Demi Lovato, Hilary Duff, Selena Gomez – sono solo i nomi più chiacchierati di una lunghissima lista. Sì, perché il salto dallo sfruttamento minorile del mondo Disney alle affinità e divergenze con il compagno pop appena superata la soglia del conseguimento della maggiore età pare essere, se non la norma, un vizio abbastanza diffuso tra gli adolescenti più fortunati d’oltreoceano. Tu – inguaribile idealista – chiamala, se vuoi, crisi di rigetto, potere e scoperta di una giovane autodeterminazione. Tu – brutto cinico che non sa riconosce un sogno americano che si avvera – chiamala, se preferisci, strada spianata, carriera costruita a tavolino a suon di conti in banca con tanti zeri. Comunque vogliamo vederla, che ogni tanto ne esca qualcosa di buono è un dato di fatto. Si chiama legge dei grandi numeri, baby.

Olivia Rodrigo ha festeggiato il suo diciottesimo con ballo di fine anno in casa Geffen, alla faccia di quelli che una volta dicevano che era necessaria la gavetta. Lo ha fatto – giustamente (che ha diciotto anni l’abbiamo già detto, vero?) – in una maniera che più gggiovane non si può, ovvero sommersa di adesivi ultra-pucciosi che nemmeno la copertina di Cioè dei tempi d’oro, la faccia annoiata di chi a diciotto anni ha già visto tutto e un disco di quelli moderni, con il titolo tutto in maiuscolo e le canzoni invece tutte in minuscolo. Anche se poi, andando in fondo alla cosa, non è mica niente affatto tutto oro quel che luccica: nel senso, è appunto tra le righe di un reportage dettagliato sulla creazione del proprio mito che a volte trovi (nemmeno troppo) nascoste grida d’aiuto. O, nella migliore delle ipotesi, qualche cenno di teenage angst all’acqua di rose, ma non per questo degna di minor rispetto.

Equamente diviso tra dolcetti melanconici e croccanti crostatine punk, quello della starlette di High School Musical: The Musical: The Series è un vero studio delle proprie insicurezze, cresciute nel tentativo – come spesso accade per i ragazzini, ma non necessariamente e non solo – di dare loro la forma che qualcun altro aveva deciso. Qualcosa che ha a che fare con il dover essere plastilina per non diventare subito muffa, l’essere obbligati a recitare diverse versioni di se stessa tra pubblico, privato e social network. Pop perfetto per un’era come questa, fatta di personalità multiple (sotto-personalità, meta-personalità) da mantenere in vita, pena l’oblio immediato e perenne. Da testare il più rapidamente possibile, e scaraventare nel cesso se non funzionano.

Brutal, per esempio, la butta sul teenage punk melodico e galoppa inzuppata di chitarroni e chitarrine, ma non prima di una dichiarazione d’intenti lasciata appesa così, in partenza, fuori campo: «I want it to be, like, messy». Poi, da lì a scontrarsi con la realtà, è meno di un attimo, e la conclusione è niente di nuovo sotto il sole. Esattamente la stessa cantata a suo tempo dal buon Tonino Carotone: è un mondo difficile e il futuro è incerto. Detta con la piccola Olivia: «God, it’s brutal out here». Ma su con la vita, la strada è quella giusta: d’altra parte, come diceva il saggio, chi guarda fuori sogna, chi si guarda dentro si sveglia.

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