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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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London Grammar: How Does It Feel
L’ultimo che mi ha detto una roba del genere sta ancora cercando la sua palla sinistra
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Mai fare catcalling a Catwoman.

London Grammar
How Does It Feel

Inizia con la voce ammaliante e decisa di una Florence Welch viziata che, senza mezzi termini, dice: ve lo avevo detto. Ma un “ve lo avevo detto” rancoroso, di quelli che suonano più come: il pallone è mio e le regole le faccio io. Anzi, se non mi fate vincere sapete cosa? Me lo riporto a casa, così voglio vedere quanto vi divertite, senza di me. E senza pallone. E poi sedersi a bordo campo, il culo ben piantato in equilibrio sul Tango nuova di zecca, e lanciare uno sguardo di sfida verso gli sguardi esterrefatti. E dire: ve lo avevo detto, che senza di me – no party. E niente pallone, anche, non si fosse capito.

Inizia così e – visti i presupposti – non poteva che finire in vacca. Saltare alla fine del video per credere. La storia che c’è dietro, dico. Perché la canzone in sé, invece, fila via che è un piacere: parte moderatamente piano e cresce senza nessuna fatica, appoggiata in sicurezza a uno di quei ritornelli che si portano appresso una cassa funkeggiante quando basta da dichiararsi a squarciagola già bell’e che pronta per un remix di quelli duri e tamarri alla Steve Aoki (Steve, se ci ascolti – fai presto, è urgente). Si tratta di pop sodo da assaporare in fretta e ballare subito dopo, senza però far caso al testo. Altrimenti tutta l’euforia va, appunto, in vacca.

Mette quasi soggezione questa nuova consapevolezza di sé che Hannah Reid ha finalmente raggiunto. Che ci vorrà mai, diranno subito i miei piccoli superficiali lettori: questi tre avevano debuttato con un LP che era stato nominato ai Brit Awards e in men che non si dica si era preso un doppio disco di platino – c’è chi sta peggio! E invece dietro le quinte non era mica tutto ora quel che luccicava. Soprattutto per lei – bella, brava, bionda e quindi target preferito della più che appurata misoginia (nemmeno troppo) nascosta nell’industria musicale. Ingegneri del suono (maschi) che non la prendevano sul serio, PR (maschi) che le dicevano come avrebbe dovuto vestirsi, mental coach (maschi) che le chiedevano se erano quei giorni del mese appena mostrava un momento di debolezza e i soliti – ci mancherebbe – commenti non richiesti sul proprio aspetto fisico.

Così è andata che ha preso gli altri due in disparte e ha minacciato di bucarglielo, quel pallone. Dominic Major e Dan Rothman le hanno dato tutto l’appoggio possibile, fin da subito, senza se e senza ma, anche perché – dicono le brutte persone – sapevano che senza di lei, appunto, no party per i London Grammar. E quindi ora Hannah scrive i versi, dice la sua sugli arrangiamenti, recita nei videoclip e consiglia il regista su quali tematiche affrontare e come affrontarle.

Non fraintendetemi: sempre di relazioni sentimentali andate a puttane e conseguenti incazzature e depressioni si parla, ma lo si fa con l’obiettività di chi ha qualcosa da dire sull’argomento, e soprattutto è cresciuto e ha messo su un paio di chili di saggezza su una scorza un po’ più resistente, che sia fatta di metallo o di cicatrici non importa.

E anche qui, non fraintendetemi: saggezza non vuol dire perdono. Saltare alla fine del video per credere. Vi godrete la versione #metoo di Karma Police, dove – invece che prendersela con nemici immaginari la cui esistenza abbiamo confessato solo al nostro analista – si getta benzina sul fuoco di un fidanzato indegno e meschino. A ribadire che il patriarcato è come il fieno: prende bene ma brucia in fretta e scalda poco. E a fiamme spente si rivela per quel che è: tanto fumo e poco arrosto.

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