Hooded Menace: Blood Ornaments
Appena usciti dalla cavità rabbiosa di un vecchio teschio vendicativo
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Zombie che cavalcano, ancora una volta, verso i nostri décolleté.

Hooded Menace
Blood Ornaments

Gli Hooded Menace sono fisicamente i resuscitati ciechi di Amando De Ossorio e da quell’archivio pulviscolare di incubi in pellicole censurate e spettacoli di mezzanotte al Greenwich Village recuperano un’estetica molto azzeccata per il metallo. Musicalmente però hanno radici nelle brumose periferie della Nottingham anni ‘90, nelle profondità pettorali di Nick Holmes e nelle languide riottosità cavernose dei Paradise Lost. Magari rarefatte nella nebbia della memoria di una sposa morente, ma siamo lì.

Qui però, in Blood Ornaments, abbiamo una maggiore pimposità rispetto alle melense violenzaggini dei lavori precedenti. C’è una notevole dose di melodia, retropescata dalle stanze pucciose degli ultimi Carcass (quelli di Swansong, per intendersi) e soprattutto un’enfasi più battagliera, meno necrotizzata, anche se non proprio vitalistica: sempre di zombie con la spada parliamo. Il livore secolare è la sola benzina che rimembra in questi corpi e alimenta le loro scorribande campagnole nella pampa sconfinata di carosellesche memorie metalliche.

Il finale però ha finalmente lo spessore cinematico che gli Hooded hanno tentato di esprimere sin dall’inizio, con un suono che via via si allarga in strali arcigni di violini e temporalesche tastiere, lasciando filtrare tra le maglie (di cotta) e le avide ganasse vermiciose, qualche raggio di luce rappacificata con l’universo immemore di doli templari.

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