Girl in Red: Serotonin
Un nome, una felpa
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Non desiderare il fratello d’altri. Prendilo in prestito direttamente.

Girl in Red
Serotonin

Giusto per citare senza troppa cognizione di causa qualcosa che dia a questo discorso una parvenza d’attualità conflittuale, diciamo che sarebbe come sovrapporre il potenziale spettro di applicazione del DDL Zan al cosiddetto bedroom pop. Mischiando infatti due hot topics come identità di genere e indie rock da cameretta, finiamo per entrare con entrambi i piedi in un’intersezione sociomusicale tipo quella in cui ha sguazzato il Guadagnino We Are Who We Are. L’hanno chiamato queer pop e non s’è capito se voleva essere una specie di riconoscimento o una qualche sorta di (più o meno involontaria) ghettizzazione. C’hanno messo dentro gente come Snail Mail, Clairo e King Princess, sicuri che sarebbe andato poco più in là del corridoio subito fuori dalla cameretta di cui sopra. Poi è arrivata Billie Eilish e ha portato direttamente la stanza con tutto l’arredamento (e di conseguenza tutte le sottonicchie) sul palco del Lollapalooza. Vedi te come gira il mainstream, a volte.

Marie Ulven è quella che vorrebbe provare a fare lo stesso di qua dall’oceano. Per mezzo di anthem così coinvolgenti da spingere all’assembramento come conseguenza naturale – solo in parte mitigati dalla diaristica, apparentemente autoprodotta introspezione che la narrativa in questione richiede – Girl in Red canta della propria sessualità (le piacciono le ragazze) e dei propri sbalzi d’umore, ansie, depressioni da stabilizzare a suon di farmaci, al punto che ormai la domanda «ascolti Girl in Red?», su TikTok, è diventata un codice attraverso cui la parte più giovane della comunità LGBTQ+ si riconosce e si cerca.

Eppure, messa così, è davvero troppo riduttiva. La verità è che il candore così Gen Z della Ulven parla a chiunque, e lo fa con una qualità (di melodie, suoni e soluzioni compositive) che di DIY ormai non ha più nulla, se non l’autoreferenzialità dei contenuti di partenza. Come prima di lei When We All Fall Asleep, Where Do We Go? è blockbuster-pop fatto e finito, impacchettato in maniera superba e pronto all’uso.

Rispetto alla Eilish mancano giusto un paio di cose: il saper maneggiare con professionismo ormai scafato – ma onestissimo sulla propria pelle – lo stesso tipo di melodrama emo, e un fratello maggiore capace di far diventare i suoi pezzi delle hit in maniera metodica e infallibile. Per la prima, datele tempo. Per la seconda potrebbe essere ormai troppo tardi per mere questioni di genetica. Intanto, questa Serotonin indovinate un po’ chi l’ha patinata così bene? Esatto, proprio il buon caro Finneas.

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