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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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Bachi da Pietra: Comincia adesso
Le Tre Grazie (ar cazzo)
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Mai fermarsi, mai arrendersi, mai darsi per scontati. Mai adagiarsi sui propri sassi.

Bachi da Pietra
Comincia adesso

Non fatevi fregare dal titolo, o da altri ingannevoli indizi come il cambio di etichetta, un inaspettato allargamento della formazione all’insegna del “non c’è due senza tre”, un artwork dal design minimal-amanuense, degno prosieguo visivo de L’arte del selfie nel Medioevo. Resettare non significa necessariamente rinnegare: fare piazza pulita, terra bruciata del proprio passato e ricominciare da zero, con nuovi programmi, direzioni, convinzioni, magari. Resettare è qui piuttosto un fermarsi, fare il punto della situazione, trovare gli aspetti da migliorare, qualche spazio comune ancora inesplorato dove poter ancora osare e rimettersi in pista – sempre, solo e comunque – con qualcosa da dire.

Giovanni Succi e Bruno Dorella non si son certo fatti mancare soddisfazioni soliste o progetti paralleli, ma quando si tratta di tornare nella propria terra d’origine il richiamo è forte e la loro natura primitiva di insetti corazzati un marchio atavico che oggi sarebbe fico chiamare comfort zone – non fosse che di confortevole ha, ineluttabilmente, poco o niente.

È poi ovvio come, per gente che negli anni ha saputo scavarsi i propri tunnel con le unghie e con i denti – indipendentemente dal fatto che dovesse farlo nel legno o nel quarzo – che è partita ebbra di un blues etilico e scarno, calato carichi stoner pesanti quintali, fatto del black metal il proprio drammatico folk, ritrovarsi oggi sulle spalle il compito ingrato di dimostrare che il rock in italiano è tutto meno che morto, può essere quantomeno frustrante. L’impressione di sentirsi carne da macello, ultimi mohicani di una stirpe di stronzi, figli di stelle ormai collassate in un fossato è dietro l’angolo. La tentazione di mollare l’osso, di bestemmiare un universo in cui continuano a vincere i più fedeli ai loro stessi cliché, più che giustificata. Perché la sensazione è quella di aver dato tutto, e che tutto sia andato perso.

E invece nulla è tolto alla carica e all’ispirazione primordiale: la scrittura si è fatta, se possibile, ancora più ironica e spietata, la pesantezza abrasiva del duo ha solo preso una forma più rotonda – grazie appunto all’innesto di Marcello Batelli (ex Non voglio che Clara e Teatro degli Orrori), nuovo responsabile di corde grosse e spippolamenti vari – quella di un manganello rivestito di gomma che provoca meno lividi superficiali ma ben peggiori emorragie interne.

La consapevolezza è di quelle stoiche, a sottolineare come proprio nel peggiore degli spasmi si possa trovare la forza per affrontare un nuovo inizio che non rimetta in discussione il vecchio. Dice che se c’era qualche svolta seducente, magari sul finale, ci siamo persi pure quella, perché conoscevamo il segnale ma non avevamo ben chiaro chi avrebbe dovuto darlo e, soprattutto, cosa scatenare a quel punto.

L’ottimismo è un’altra cosa, su questo non c’è dubbio. Ma la strada è già piastrellata di splendide, cattive intenzioni. Azzerare per rilanciare, essere allo stesso tempo metamorfosi e roccia, (ri)diventare umani o quasi. Non sarà un processo breve. Tanto vale cominciare adesso, che il peggio ha da venire. E proprio lì sta il bello.

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