Debauchery: Skull Mountain
Paghi uno e prendi uno moltiplicato per tre
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L’occasione per un’interessante riflessione sul metal di oggi, più uno che trino.

Debauchery
Skull Mountain

Il primo fu Quorthon, al secolo Thomas Börje Forsberg, il quale fondò i Bathory e si ritrovò a incidere tutto da solo. Un uomo dietro un’intera band. A un certo punto ebbe addirittura il bisogno di uscire dal gruppo (che era solo lui) per dare il via a una carriera solista, firmata semplicemente Quorthon, a partire dal 1994. A quel tempo, da un po’ era esplosa la seconda ondata black metal, con esemplari di rara misoginia e dissociazione mentale come Varg Vikernes (Burzum), il quale rese esteticamente volontario ciò che per Quorthon era stata solo un’incresciosa successione di eventi che l’avevano costretto a registrare dischi con un suono di merda, tecnicamente precari, senza l’aiuto di nessuno.

Negli ultimi vent’anni sono spuntati parecchi epigoni burzumiani e bathoryani, come per esempio Leviathan, Striborg, Xasthur, tutti e tre raccolti nel pregnante documentario One Man Metal. Questi suonano tutto loro, ma preferiscono chiamarsi come delle band e suddividere se stessi quasi in modo schizofrenico su ogni strumento, approfittando dei moderni vantaggi della sovraincisione casalinga. Anche Thomas Gurrath – leader e unico strumentista dei Debauchery – segue la stessa direzione delle one-man metal band, ma ha deciso di esagerare, suddividendo se stesso non in una ma in tre band e racchiuderle in uno split.

Uno split è un disco in cui suonano più gruppi, spartendosi magari i lati – ormai si fa per dire di questi tempi – di un LP o una musicassetta. I Debauchery si presentano quindi con un album condiviso insieme ai Balgeroth e i Blood God. Chi saranno questi ospiti invitati da Gurrath? Sempre lui. La schizofrenia metallica è ormai fuori controllo.

Il pezzo in questione, di cui è necessario parlare in questa sede, Skull Mountain, è la consueta epica macellaia a cui ci ha abituato Gurrath: doppia cassa senza un domani, chitarre sode alla tedesca e vocione cavernoso in stile Chris Barnes versione Six Feet Under. Si tratta di una versione estremamente burina del vecchio death’n’roll, ma simpatica e goliardica. I costumi alla Gwar sono stati creati solo in quest’occasione e permettono a Gurrath di rendere ancora più forte l’illusione – a se stesso in primis – che si tratti di un gruppo vero.

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